L’Italia e il totalitarismo rovesciato. Modelli economici.

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Quando
e come l’economia e la finanza sono diventate la mano invisibile delle
politiche pubbliche?Quale modello economico abbiamo oggi?

Ma, sopratutto, a cosa servono veramente l’Austerity e la Spending review?

Per capirlo dobbiamo
fare un salto indietro, ovvero dobbiamo andare ad analizzare, seppur
sinteticamente, i modelli economici che si sono succeduti, nell’ambito
ovviamente dell’alleanza occidentale, a livello internazionale e nazionale.
IL CAPITALISMO ESPANSIVO
(1944-1979)
IL LIBERO MERCATO
(1979-1992)
IL CAPITALISMO FINANZIARIO
(1992-2001)
I DERIVATI
(2001-2008)
IL CAPITALISMO ULTRA-SPECULATIVO
(2008-2015)

Trascrizione dei video
Nel
primo video abbiamo visto che una delle caratteristiche fondamentali del
totalitarismo rovesciato è che l’economia e la finanza dominano sulla politica
e, conseguentemente, la guidano.
Ma
quando e come ciò è avvenuto?
E
soprattutto, quando e come l’economia e la finanza sono diventate la mano
invisibile delle politiche pubbliche?
Per
capirlo dobbiamo fare un salto indietro, ovvero dobbiamo andare ad analizzare,
seppur sinteticamente, i modelli economici che si sono succeduti, nell’ambito
ovviamente dell’alleanza occidentale, a livello internazionale e nazionale.
Per
fare questa disamina mi avvarrò anche di quanto appreso dalle lezioni e dai
libri del prof. Nino Galloni, economista non solo di straordinaria bravura
(ricercatore presso l’Università di Barclay, ha insegnato all’Università
Cattolica di Milano, all’Università di Modena, alla Luiss e
all’Università degli Studi di Roma) ma anche protagonista, o sarebbe
meglio dire spettatore privilegiato, vedremo poi perché, della politica
economica del nostro paese. Infatti il prof. Galloni ha ricoperto, dal 1979 in
poi, diversi incarichi e ruoli ai ministeri del Bilancio e del
Lavoro.
Per
capirlo, dicevo, dobbiamo analizzare i principali modelli economici che si sono
succeduti in ambito internazionale e nazionale.
Il
primo modello va dal ’44 (accordi di Breton Wood) al 1979 (G7 di Tokyo).
I
due pilastri della politica di Breton Woods riguardavano:

la moneta

La governance, ovvero la bilancia dei pagamenti e quella
commerciale di uno Stato, spiegheremo poi cosa si intende.
Per
quanto concerne la moneta possiamo dire sinteticamente, ma chi volesse
approfondire può leggere il libro del prof. Galloni Moneta e società (slide
della copertina del libro), che a Bretton Woods si scontrano due tesi, o idee,
o posizioni, come dir si voglia.
Da
un lato l’economista inglese Keynes, uno dei geni del ‘900.
Keynes,
ricordiamolo, era già stato componente della delegazione ufficiale inglese alla
conferenza di pace di Versailles alla fine della prima guerra mondiale e,
ora non entriamo troppo nel dettaglio, viste le politiche economiche folli e
pericolose che i paesi vincitori volevano imporre con quel trattato, dopo aver
tentato invano di portare un po’ di ragionevolezza, aveva rassegnato le sue
dimissioni denunciando in un libro tutta la sua preoccupazione per un trattato
di pace che, nei fatti, si era trasformato in un baratro politico ed economico
per l’Europa. Il libro, ristampato, è estremamente interessante e lo consiglio,
si intitola “Le conseguenze economiche della pace”, leggiamone un
passo:
Il
trattato non comprende alcuna clausola che miri alla rinascita economica
dell’Europa, nulla che possa trasformare in buoni vicini gli imperi centrali
sconfitti, nulla che valga a consolidare i nuovi stati dell’Europa… Se noi
contrastiamo, passo per passo, ogni mezzo per il quale la Germania o la Russia
possono riacquistare il loro benessere materiale, solo perché nutriamo un odio
nazionale di razza o politico per le loro popolazioni o per i loro governi,
dobbiamo anche prepararci a fronteggiare le conseguenze di tale sentimento…Vi
sono altri
 argomenti, che anche il più ottuso
non può ignorare, contro una politica che tenda ad allargare e ad incoraggiare
ancor più la rovina economica di grandi paesi… Se noi miriamo deliberatamente
all’impoverimento dell’Europa centrale, la vendetta, oso predire, non tarderà.
Keynes
allora non venne ascoltato, e l’Europa precipitò nuovamente, e a distanza di
pochi anni, nel secondo conflitto mondiale.
A
Breton Wood, dicevamo, per quanto concerne la moneta si scontrano due
posizioni:
–          Da
un lato la posizione sostenuta dall’inglese Keynes che proponeva,
spieghiamo sinteticamente, introdurre una moneta di conto internazionale, una
moneta internazionale dunque, in modo da consentire ai vari paesi di gestirsi
le proprie valute e, poi, attraverso un meccanismo di compensazione degli
scambi internazionali che dovevano essere saldati in bancor (così
si chiamava la sua moneta) doveva consentire una maggiore prospettiva di
sviluppo dei vari paesi.
–          Dall’altro
lato la posizione, o tesi, dell’americano White che prevedeva un dollaro
agganciato all’oro ad un cambio fisso, ovvero 35 dollari per oncia di oro,
nonché la possibilità, per i non residenti, di convertire le loro valute che
potevano, essendo agganciate all’oro con un determinato cambio, ed entrare a
far parte delle riserve. Come sappiamo prevalse la posizione di White, e si
ritiene che Keynes sia morto per questa sconfitta.
Questo
primo pilastro durò sino al ‘71, quando il presidente americano Nixon riconobbe
che non c’era alcun legame della moneta con l’oro, ovvero che le riserve aure,
in realtà, non erano sufficienti a coprire l’emissione che era stata fatta di
dollari.
Il
secondo pilastro degli accordi di Bretton Woods riguardava la c.d. governance.
Facendo
tesoro del disastro compiuto con i trattati di pace alla fine della prima
guerra mondiale, gli accordi, questa volta, prevedevano un sistema economico
capitalista definito solidaristico, o espansivo o Keynesiano. In che cosa
consisteva questo modello? Fondamentalmente in due punti cardine:
1.
Se un paese doveva dotarsi di una capacità industriale veniva aiutato dalla
Banca mondiale o il fondo monetario, che prestavano soldi, anche a fondo
perduto, per permettere a quel paese di dotarsi di un apparato industriale
adeguato.
2.
Se un paese era debole perché importava troppo (ricordiamo che esportare
significa maggiore occupazione, se io esporto molto devo produrre e per
produrre devo assumente. Mentre, al contrario, importare significa
disoccupazione) gli si consentiva, per riequilibrare la bilancia commerciale,
ovvero l’import – export, di svalutare la propria moneta. Svalutando la moneta
infatti, il paese debole otteneva un vantaggio competitivo sulle altre nazioni
per quanto concerneva le esportazioni, ovvero i suoi prodotti costavano meno e
questo gli permetteva una ripresa delle esportazioni e, quindi, una ripresa
della produzione e dell’occupazione.
Viceversa,
visto che veniva considerato uno svantaggio per l’equilibrio di questo modello
economico anche essere troppo forte, il paese forte doveva rivalutare la
proprio moneta. La rivalutazione della moneta aveva l’effetto di ridurre le
esportazioni ed aumentare le importazioni e, così, aiutare il paese debole.
Questi
gli accordi sulla governance che, nel 1979, il G7 di Tokyo
cancellerà completamente. Ma ci torneremo.
Prima,
però, cerchiamo di capire come questo modello capitalistico funzionasse
all’interno delle nazioni.
Sinteticamente
si può dire che si basava sulla c.d. regola aurea di Cambridge, la quale
prevedeva che ci fosse una distribuzione dei guadagni di produttività verso tre
soggetti:
1.
Il primo di questi soggetti erano i lavoratori, che partecipano alla
spartizione dei profitti e dei guadagni di produttività. Questo permetteva
loro di fuoriuscire dalla condizione di proletari e li spingeva verso la classe
media. L’obiettivo era quello di scongiurare quei movimenti rivoluzionari
tanto temuti. Infatti, se i lavoratori guadagnavano dal prodotto, ovvero se non
si sentivano fruttati, (ricordiamo i lavoratori a cottimo, i crumiri, il padre
padrone che sfrutta, la classe operaia, ecc.), non avevano motivo di rivoltarsi
perché ottenevano, attraverso l’economia, quello che altrimenti, si temeva,
avrebbero potuto cercare di conseguire attraverso una rivoluzione.
2.
Il secondo soggetto che partecipava alla distribuzione dei guadagni di
produzione era lo Stato attraverso la tassazione. Grazie a queste risorse lo
Stato poteva destinare di più alla scuola, al welfare, alla sanità, ai
trasporti, ecc. con la conseguenza di sgravare le famiglie da questi costi e
permettere un’espansione dei consumi.
Ma
non solo.
Queste
maggiori entrate servivano allo Stato anche per svolgere una funzione
equilibratrice dell’economia che si basava sull’aumento della spesa pubblica.
Spieghiamo
sinteticamente in che modo.
Quando
c’era un periodo di crisi e la domanda calava, con la conseguenza che i
magazzini si riempivano e le aziende dovevano ridurre la produzione, lo Stato
interveniva principalmente in due direzioni: da un lato attraverso degli
ammortizzatori sociali, il più importante dei quali era la cassa integrazione
straordinaria; dall’altro aumentando la spesa pubblica per sostenere il reddito
e far ripartire la domanda.
Che
cosa succedeva nei fatti. Le aziende, con i magazzini pieni dovevano ridurre la
produzione, che voleva dire ridurre i lavoratori, ossia licenziare. A questo
punto lo Stato interveniva e diceva: aspetta, io metto i lavoratori in esubero
in cassa integrazione, nel frattempo aumento la spesa pubblica per sostenere il
reddito e così far ripartire la domanda dei prodotti. Una volta ripartita la
domanda e, conseguentemente, la produzione, i lavoratori in cassa integrazione
straordinaria rientrano nel ciclo produttivo.
Ecco
come, grazie all’aumento della spesa pubblica lo Stato poteva intervenire e
riequilibrare l’economia del paese.
3.
Il terzo soggetto che partecipava alla distribuzione dei guadagni di produzione
era il capitalista/proprietario delle aziende. In questo modello, però, il
profitto corrente del proprietario non era alto, ma basso. Però, se da un lato
il proprietario aveva lo svantaggio di un profitto corrente basso, dall’altro
aveva il vantaggio che la sua proprietà aumentava di valore. Perché?  Perché
il valore di un bene, in particolare di un’impresa, dipende dai suoi redditi
futuri, e i suoi redditi futuri dipendono dalle vendite, e le vendite venivano
massimizzare con questo sistema. Quindi, quello che il proprietario perdeva in
termini di redditività, nel senso di rendimento corrente del suo investimento,
lo recuperava in termini di aumento del valore della sua proprietà. In altri
termini, quando lui vendeva la sua azienda, la vende bene.
Come
si vede questo modello soccorreva tutte le classi sociali:
–          i
lavoratori miglioravano la loro condizione ed abbandonavano i propositi
rivoluzionari;
–          la
classe media veniva sgravata, almeno parzialmente, delle spese principali
(l’istruzione dei figli, sanità e trasporti, ecc…),  con la conseguenza
che, potendo destinare una parte maggiore del proprio denaro al consumo,
migliorava la propria condizione;
–          il
proprietario aveva un profitto, seppur basso, e aumenta il valore della sua
azienda.
Come
si può notare, questo modello capitalistico guardava al 100% al bene reale e,
quindi, alla economia reale.
In
questo modello, certo, il capitalista/proprietario era un po’ messo da parte,
sia nell’impresa che nella società e il mercato, e questo è un punto
fondamentale, aveva una funzione strumentale nella società, cioè aveva la
necessità, per operare, di essere supportato dallo Stato e dalla comunità
internazionale.
Perché
a Bretton Woods si opta per questa economia solidaristica?
In
primis perché, da un lato, erano ancora recenti nella memoria gli errori
commessi a Versailles il cui trattato non prevedeva, come ricordato sopra dalle
parole di Keynes, alcuna clausola che mirasse alla rinascita economica
dell’Europa … ma anzi, prevedeva una politica che tendeva ad allargare e ad
incoraggiare ancor più la rovina economica di grandi paesi”. 
Ed,
in secundis, perché, proprio a seguito degli orrori della seconda guerra
mondiale c’era la consapevolezza che agli umani non si possono applicare
le stesse regole che si applicano agli animali dove, in base alla selezione
naturale, le specie si selezionano o si estinguono. Cioè, si era sviluppata la
consapevolezza che gli umani, anche in condizioni di estrema miseria, vanno
aiutati, non eliminati. Modello che poi verrà abbandonato a favore del libero
mercato in cui, come vedremo, il più forte è libero di schiacciare il più
debole e farlo scomparire.
Questo
modello capitalista c.d espansivo comportò però che, da un certo momento in
poi, i consumatori, ovvero le classi medie che uscite dal bisogno avevano
migliorato le loro condizioni di vita, iniziarono a diversificare i propri
gusti e, conseguentemente, la propria domanda in fatto di prodotti.
Cioè
si passò da un mercato del produttore ad un mercato del consumatore.
Pensiamo
nell’ambito dell’abbigliamento o delle auto, nei documentari degli anni ’50-60
si vedevano tutti in 500, in lambretta. Migliorando la propria condizione il
consumatore inizia a chiedere prodotti diversificati. Questa diversificazione
colpì ovviamente l’impresa, ovvero spiazzò le grandissime imprese che basavano
nella spesa e nell’investimento la propria crescita, dove: aumentava la
domanda, aumentavano i consumi, si doveva produrre di più e quindi si assumeva.
Questa diversificazione nella domanda, invece, andò a frammentare
l’organizzazione produttiva. Ma la frammentazione nell’organizzazione dell’azienda
produce, come conseguenza, anche una frammentazione nella domanda di lavoro.
Dalle catene di montaggio, con la richiesta di operai semplici, si passò così
ad una richiesta di lavoro qualificato e specializzato.
La
conseguenza di questa diversificazione quale fu? Fu che nei periodi di crisi,
anche se lo Stato si attivava, come abbiamo visto, attraverso l’aumento della
spesa pubblica per sostenere il reddito e far riprendere la domanda, le
imprese, vista la diversa produzione, che non era più da catena di montaggio ma
diversificata, non riassumevano quegli operai semplici che erano stati messi in
cassa integrazione straordinaria, perché avevano bisogno di figure diverse, di
operai specializzati. L’unica strada era quindi quella di prepensionare i
lavoratori in cassa integrazione, con grande spesa per la collettività.
Oltre
a ciò il consumatore incominciava a domandare prodotti di importazione. Ed
questo cosa comportava? Comportava che l’aumento della spesa pubblica sosteneva
sì il reddito, ma questo reddito non andava a domandare prodotti interni, che
facevano aumentare la occupazione interna, ma prodotti esteri che facevano ad
aumentare l’occupazione in altri paesi.
Il
modello capitalista espansivo, quindi, andò in crisi.
Questa
crisi dell’economia poteva essere affrontata. Si potevano trovare, ad esempio,
degli strumenti per riqualificare il lavoratore. Ma questo non venne fatto.
Anzi, questo modello venne pesantemente attaccato perché, si disse, alle mutate
condizioni non era più in grado di riassorbire la disoccupazione. Lo Stato ed
il suo controllo sull’economia, in altri termini, venne visto come il
principale artefice del periodo di crisi e della disoccupazione.
A
livello internazionale si impose, così, un modello economico basato sulla
deregulation, ovvero deregolamentazione. Modello sostenuto fortemente da
Margaret Thatcher e Ronald Reagan.
Secondo
questo modello i governi e gli Stati devono abbandonare il controllo
esercitato sull’economia e lasciare al mercato questa funzione perché, se
lasciato libero di operare, il mercato libero, ovvero il libero mercato,
sarebbe in grado di autoregolamentarsi. Infatti, senza i limiti e le regole
imposte dallo Stato, secondo questa visione dell’economia, vi sarebbe stata
maggior concorrenza, maggior produttività, maggior
efficienza, costi inferiori per le imprese e, in
generale, prezzi più bassi.
Una
teoria, quella del libero mercato, che, al posto di una spiegazione in termini
economici, offre un miracolo, ovvero un’armonia naturale di interessi egoistici
dettata da una mano invisibile. Comunque, questo modello, questo supposto
miracolo, si impose a livello internazionale con la conseguenza che il modello
solidaristico venne abbandonato.
Come
avvenne questa trasformazione? Ovvero, come si passò dal modello solidaristico
a quello del libero mercato?
Principalmente
attraverso tre passaggi.
1.
Il primo passaggio avvenne attraverso le banche, che iniziarono a farsi
concorrenza tra di loro per il controllo dei depositi e dei conti correnti.
Fino agli anni 70, infatti, i depositi, e soprattutto i conti correnti, non
avevano remunerazione nel mondo anglosassone. Negli anni ’70 iniziarono a
concedere tassi di interesse sui depositi e conti correnti. Questo portò i
proprietari a pretendere dalle proprie aziende un maggiore profitto corrente.
Infatti il proprietario cosa disse: Se il profitto corrente del mio prodotto è
3%, ma investendo il mio denaro in banca io guadagno il 6%, io disinvesto dalle
attività produttive ed investo il mio denaro in banca.
2.
Il secondo passaggio avvenne con gli accordi di Tokio del 1979. Si abbandonò la
politica solidaristica e si disse: da ora in avanti ogni paese è responsabile
della propria economia, ovvero il paese forte non soccorrerà più il paese
debole con i meccanismi introdotti da Bretton Woods e che abbiamo visto
prima.
Quindi,
il paese debole, se non può svalutare e non riceve più aiuti, come fa a
riequilibrare la sua economia?
Deve
invogliare gli investitori ad acquistare i suoi titoli di debito, ovvero deve
richiamare i capitali.
E
come può farlo? Aumentando i tassi di interesse sui titoli.
Però,
aumentando i tassi di interesse che deve pagare sui capitali ha meno risorse da
utilizzare all’interno del paese e, dunque, si indebolisce ulteriormente.
Infatti se il paese è debole perché non esporta, perché non ha le capacità
innovative e tecnologiche di altri, se aumenta il tasso d’interesse, ha meno
risorse da impiegare nel paese per fare investimenti nell’innovazione
tecnologica e, quindi, sarà meno competitivo, avrà meno occupazione e diventerà
più debole.
Viceversa
il paese forte, che abbandonata la politica solidaristica non deve più
rivalutare la propria moneta, non ha nessun interesse ad aumentare il tasso di
interesse, anzi, lo riduce e, riducendo il tasso d’interesse, il paese forte si
rinforza ancora di più perché avrà più soldi per poter fare tutta una serie di
investimenti in innovazione tecnologica divenendo ancora più competitivo sul
mercato.
Dunque,
da un modello solidaristico si passò ad un modello che, nei fatti, rendeva il
forte più forte ed il debole più debole. Ma tutti i modelli che rendono il
forte più forte, ed il debole più debole sono modelli distruttivi, perché la
solidarietà, contrariamente a quello che, purtroppo, si pensa oggi, è una forza
cruciale l’economia. Perché è attraverso la solidarietà che il forte, anche
privandosi di risorse per aiutare il debole, consente al debole di galleggiare,
con la conseguenza che anche tutta l’economia ne risente positivamente. Infatti
il modello precedente, basato sulla solidarietà durò 35 anni, mentre questo
modello, basato sui tassi di interesse, durerà solo 12 anni. Poi ci sarà il
crollo del sistema monetario europeo, perché i forti sono diventati troppo
forti e deboli troppo deboli.
3.
Terzo passaggio cruciale è il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, vediamo
perché.
Sino
all’82 il tasso di interesse sui titoli di debito pubblico veniva deciso dal
Ministero del Tesoro che, con questa funzione, fungeva anche da regolatore
dell’economia. Perché? Perché quando il governo o lo Stato hanno bisogno di
moneta emettono i titoli del debito pubblico. Quando il tasso di interesse
veniva deciso dal Tesoro questi decideva per un tasso di interesse basso, in
realtà si trattava di un tasso ad interesse negativo, perché il tasso
d’interesse era sotto il livello di inflazione quindi, in realtà, era un finto
debito.
Non
entro nel meccanismo specifico, perché appesantirebbe un video già di per sé
impegnativo.
L’importante
è capire che, grazie al fatto che il tasso di interesse sui titoli di debito lo
decideva il tesoro ed era basso, con questo finto debito lo Stato finanziava
gli investimenti, eccetera.
Nell’82
tutto cambia. Con il c.d. divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro a decidere i
tassi di interesse sarà il mercato. Questo a cosa porta? Che lo Stato emette i
titoli di debito ma se questi, a quel tasso di interesse basso, non vengono
acquistati, per invogliare gli investitori, e poter ottenere il denaro
necessario, i tassi devono venire aumentati. Se lo Stato deve pagare più
interessi è ovvio che ha meno denaro per poter fare gli investimenti nel paese.
E’ questo il motivo principale per cui il debito pubblico raddoppia negli anni
’80, perché a causa dell’aumento del tasso di interesse ci vogliono più risorse
per fare quello che prima si faceva con meno.
L’economista
Nino Galloni, a quel tempo funzionario al ministero del Bilancio, quando si
decise questo divorzio calcolò il costo di questa operazione e andò a parlare
con il Ministro esponendogli il problema. Secondo i suoi calcoli, che poi si
riveleranno corretti, non solo ci sarebbe stato un innalzarsi vertiginoso del
debito pubblico con conseguente disoccupazione giovanile oltre il 50% ma, quel
tipo di politica monetaria ed economica, avrebbe distrutto migliaia di piccole
imprese. La risposta che ricevette fu sorprendente: ma è quello che vogliamo,
noi le vogliamo distruggere perché sono inefficienti e, quindi, vogliamo
applicare all’ economia, attraverso lo strumento del mercato e della finanza,
una logica di soppressione del più debole. In altri termini, abbandonata la
politica solidaristica, si abbraccia la teoria darwiniana in cui il più forte
può distruggere il più debole e il mercato si trasforma da “strumento” a
“regolatore” dell’economia.
E
con il mercato regolatore dell’economia cosa succede? Succede che l’aumento
vertiginoso dei tassi di interesse, porta, come accennavamo prima, i
capitalisti/proprietari delle aziende a volere un profitto almeno pari al tasso
di interesse. Infatti, per il capitalista/proprietario, più è alto il tasso di
interesse e meno è interessante investire nello sviluppo. Perché deve investire
nello sviluppo dell’azienda se il profitto corrente è del 3% quando, se investe
in obbligazioni, il suo profitto è del 7%?
La
conseguenza all’interno della società dell’aumento dei tassi di interesse è,
quindi, che si ferma lo sviluppo e si ferma l’occupazione, mentre i
capitalisti/proprietari riguadagnano potere e liquidità perché diversificano il
loro investimento, ovvero investono, secondo un calcolo sempre del prof Galloni
che prese in esame un certo numero di grandi aziende, un 50% in attività
produttive ed un 50% in obbligazioni. Quindi l’investimento diventa per il 50%
legato all’economia reale e per il 50% in obbligazioni.
Questo
tipo di modello, dopo aver fatto numerosi disastri in termini di sviluppo,
occupazione, ecc.., crolla nel ’92.
Va
giù il sistema monetario europeo, vanno giù i tassi di interesse. Che succede?
Si torna ad investire nell’economia reale? Nello sviluppo? No. Perché investire
nell’economia reale, ovvero nelle aziende, se si può guadagnare di più e prima
in modo diverso?
Oltre
a ciò vi erano i grandi investitori istituzionali (es. i fondi pensione) che,
nel periodo di tassi di interesse alti, si erano impegnati a garantire una
redditività alta, diciamo del 7%, impegno che dovevano mantenere. E allora che
fare? Visto che i tassi di interesse sono bassi, è più facile ottenere un
prestito dalla banca e, con quei soldi, e fare operazioni speculative in borsa.
Si forma così un nuovo capitalismo, ovvero il capitalismo finanziario.
Come
funzionava il capitalismo finanziario?
Quando
crollano i tassi di interesse chi ha grandi capitali si riversa sul mercato
finanziario. Chi ha grandi capitali, ovviamente, non acquista piccole quantità
di azioni, ma un numero tale da poter controllare le stesse aziende a cui,
ovviamente, chiede un profitto del 7%.
A
causa di questo, negli anni ’90, accadono due fenomeni devastanti per
l’economia e per la cultura.
Il
primo è che si impone la redditività ad un tasso di profitto del 7%, che nei
comparti innovativi e nuovi è facile da realizzare, ma nell’80% circa
dell’economia, che sono produzioni tradizionali, è impossibile. E come si fa ad
avere dall’80% dell’economia una redditività impossibile? Si riduce
l’occupazione di più di quanto non si riduca la produzione così da far crescere
i profitti. Dunque cresce la redditività, è vero, ma i costi, a livello
sociale, sono altissimi: prepensionamenti costosissimi, o licenziamenti di
massa, o minore occupazione.
Ma
non solo. Visti i licenziamenti in massa, cala anche la produzione. E allora
come si fa? Si cominciano ad importare prodotti a basso prezzo dalla Cina e
dall’India grazie a nuovi accordi internazionali che non creano più barriere
all’entrata. Perché i prodotti che si importano sono a basso prezzo? Perché
vengono prodotti a basso costo da quelle aziende che non devono rispettare le
norme ambientali e sanitarie. Protezioni che per le aziende sono un costo e che
abbassano la redditività. Protezioni che nel nostro paese ancora ci sono,
proprio grazie alla vecchia e tanto vituperata economia solidaristica, mentre
in altri paesi no. Così si iniziano ad importare prodotti dall’estero dove
viene premiato il produttore peggiore, quello che inquina e non garantisce le
tutele sanitarie.
Questo
viene deciso perché altrimenti questo nuovo modello economico non aveva un suo
utilizzo interno. Perché? Perché se non si fossero potuti importare prodotti da
paesi dove questi costavano meno, i prezzi sarebbero aumentati.
Questo
è il classico capitalismo finanziario, un modello in cui si deve ridurre
l’occupazione più di quanto non si riduca la produzione e che, per mantenere
un’alta redditività, deve permettere l’importazione di prodotti da paesi esteri
che sono a basso costo perché le aziende possono non rispettare le norme
sanitarie ed ambientali e che, dunque, premia le aziende peggiori.
Dicevamo
che il capitalismo finanziario produce due effetti devastanti per l’economia e
la cultura. Il primo è quello appena evidenziato.
Il
secondo è che, con l’economia solidaristica, i capitalisti/proprietari
percepivano il profitto del loro prodotto alla fine del ciclo produttivo, che
poteva essere anche pluriennale e, quindi, i rischi rimanevano in capo al
proprietario (crisi, aumento dei costi, aumenti salariali, ecc..).
In
altri termini, il capitalista/proprietario, a fronte di un investimento
nell’azienda ed assumendosi il rischio, alla fine del ciclo percepiva un
profitto. Con il nuovo modello, invece, il rendimento dell’investimento, ad
esempio il 7%, viene definito all’inizio, quindi il rischio, che comunque
permane, viene scaricato sulla società. Inizia, cioè, una cultura
dell’irresponsabilità. Facciamo un esempio per rendere più chiaro questo
passaggio fondamentale.
Abbiamo
parlato nel primo video delle privatizzazioni. Una delle aziende che in quel
periodo viene privatizzata è la Nuova Pignone che fa parte dell’Eni. L’azienda
viene privatizzata con la motivazione che non fa parte della mission dell’Eni,
seppur un’azienda che costruisce turbine potrebbe avere un suo perché
all’interno di una società che lavora nel campo energetico. Comunque,
presidente del consiglio Carlo Azeglio Ciampi, se ne decide la vendita, e si
decide di vederla alla General Elettric.
Ma
attenzione, perché la Nuova Pignone non è un’azienda qualsiasi, ma è leader
mondiale nel capo delle turbine. Ovvero è un’azienda che, grazie alla ricerca,
all’innovazione e all’innovatività dei suoi prodotti, ecc. ecc., riesce a
mantenere grandi quote di mercato internazionale.
Viene
ceduta, dicevamo, alla General Elettric, che non è propriamente un’azienda
industriale, è semplicemente una controllata da grossi azionisti ai quali non
interessa nulla delle turbine, ma interessa che l’azienda acquisita produca un
profitto del 7%.
E
così la General Eletric dice alla Nuova Pignone: siete bravi, siete leader,
avete innovato, non ci importa nulla, dovete fare il 7%, quindi dovete ridurvi,
licenziare la mano d’opera più qualificata, ecc. insomma, alla fine, chiudere
l’azienda con 3200 persone in cassa integrazione. Ecco, dunque, che gli
azionisti, per avere una redditività del 7%, hanno spremuto l’azienda sino a
che questa, grazie agli investimenti fatti in passato, ha potuto dare una
redditività del 7%, poi hanno venduto le azioni e sono andati ad investire in
altri comparti. E i rischi di questa operazione? Ovviamente sono sono stati
scaricati sulla società con i licenziamenti, la cassa integrazione ecc. Ecco
come funzionava il capitalismo finanziario. Ma naturalmente funzionava così, il
capitalista/proprietario ha interesse al profitto, non al bene comune,
all’innovazione o altro.
Modello
anche questo distruttivo e che, come tutti i modelli distruttivi, dura poco,
pochissimo, 9 anni e crolla nella primavera del 2001.
Cosa
si fa? Si torna ad un modello economico sostenibile? No, si peggiora
ulteriormente la situazione. Infatti cosa avviene?
Alla
fine degli anni ’90 le banche, che avevano riconquistano la condizione che
avevano avuto prima della crisi degli anni ’30 e che aveva sempre portato a
crack bancari, ovvero potevano fare insieme operazioni di credito ed operazioni
di speculazione finanziaria, avevano emesso azioni od obbligazioni
proprie.  Commerciando in azioni od obbligazioni però potevano
guadagnare solo sui profitti. Ma i profitti si erano fermati, non puoi
continuare a spremere fino all’osso l’economia senza investire. Ed allora che
fare? Che cosa fa la banca? I derivati. Perché? Perché attraverso il derivato
la banca paga gli interessi ai vecchi clienti con le sottoscrizioni dei nuovi
clienti. Queste operazioni, ovviamente, sono di breve termine perché non puoi
sistematicamente acquisire capitale per pagare gli interessi.
Risultato:
ottocentomilamiliardi di dollari di derivati e titoli tossici che ammontano a
54 volte il pil mondiale.
La
situazione è insostenibile ed infatti, nel 2008, per la prima volta la massa
della liquidità che viene immessa nelle banche dalle famiglie, dalle imprese,
dall’economia, anche criminale, è di meno della massa della liquidità che le
banche perdono come speculatrici sul mercato finanziario.
Quindi,
salta la Lehman Brothers, ecc. In realtà doveva saltare tutto il sistema,
invece intervengono le banche centrali che autorizzano mezzi monetari
illimitati per fronteggiare la crisi.
Che
le banche centrali facciano tutto questo per evitare il fallimento del sistema
bancario mondiale si può anche capire, ma non si capisce perché non chiedano
alle banche niente in cambio, neanche di smettere di speculare. Ed infatti le
banche continuano non solo a speculare ma, a fronte delle continue perdite,
anche a remunerare con bonus milionari i propri dirigenti. O meglio, si
capisce, infatti le banche, che hanno continuato a fare disastri, ora sono
sotto il controllo delle banche centrali. Le banche centrali, infatti, hanno
potuto dire: visto che non siete state capaci, non siete in grado di… ora
prendiamo il controllo noi. E così il mondo bancario, che prima era
parcellizzato, ora non lo è più. Ma le banche centrali sono delle istituzioni
private, non pubbliche e dunque sono in mano ad uomini d’affari con tutto ciò
che ne consegue.
A
seguito di questo ennesimo disastro economico di cerca di tornare ad una
economia reale? No, Si passa all’ultimo modello finanziario, tutt’ora in
essere, c.d. ultrafinanziario o ultraspeculativo e mai esistito prima.
Che
cosa caratterizza questo modello finanziario? Che è basato su un algoritmo
matematico che consente di massimizzare l’emissione dei titoli e di guadagnare
sulle perdite. Cioè, mentre il precedente capitalismo finanziario era basato
sulla borsa, ed aveva come obiettivo la valorizzazione del titolo in borsa,
questo capitalismo ultra finanziario ha come obiettivo quello di massimizzare
l’emissione dei titoli per guadagnare sulle perdite. Spieghiamo come funziona
questo meccanismo perverso, perché ci permette di capire molte delle politiche
distruttive che caratterizzano la nostra epoca e che, se non si capisce questo
modello c.d. ultra speculativo, risultano, ovviamente, incomprensibili.
A
livello finanziario sono stati creati degli algoritmi matematici che, come
dicevamo, consentono di massimizzare le emissioni di titoli.
Però
la condizione perché questa operazione funzioni, perché si massimizzino le
emissioni, è che i debitori stiano male. Perché se il debitore sta bene, io
creditore incasso la cedola e, a scadenza, recupero il mio capitale e me lo
metto in un cassetto. Se invece io so che questo titolo non vale niente, o è
dubbio, o è sospetto, me ne voglio liberare. Quindi o lo cartolarizzo, o lo
faccio girare, o ci faccio delle scommesse sopra di vario tipo, ed è su questo
tipo di operazioni che io guadagno. Ma non solo, facendo questo tipo di
operazioni guadagno molto di più in percentuale rispetto a quando un debitore,
che può rientrare del debito, e mi paga gli interessi. Il un modello, che
invece di guadagnare sui profitti guadagna sulle perdite, ha tutto l’interesse
a che il debitore stia male e non possa rientrare del debito.
Capito
questo, si capisce anche come l’Austerity e la spending review non mirino
e non servano a migliorare i conti pubblici, ma servano a
peggiorarli. Ed, infatti, li peggiorano, perché la via più certa per peggiorare
i conti pubblici è quella di tagliare la spesa pubblica produttiva e poi
aspettarsi che l’economia si riprenda. Così gli stati, con una economia che
peggiora sempre di più, per far fronte alle spese emettono altri titoli, i
titoli vengono acquistati dalle banche, anche centrali, con tanto di bazooka,
che li fanno girare così guadagnando sulle perdite.
E,
qui, affrontiamo anche un ultimo argomento, che è un cavallo di battaglia
spesso cavalcato da alcune forze politiche, e che riguarda le tasse.
Infatti,
in questa condizione economica, la riduzione delle tasse non serve a far
riprendere l’economia, ma solo ad alimentare questo modello ultra speculativo.
Le
tasse sono alte, e certo devono essere ridotte, ma dire che la riduzione delle
tasse vada a vantaggio delle classi povere o medie e, facendo aumentare i
consumi, dunque la domanda, la produttività e le assunzioni, permetta al paese
di uscire fuori dalla crisi è un falso.  Vediamo perché.
La
riduzione delle tasse non va a vantaggio delle classi povere, perché le classi
povere già non le pagavano.
Ma
non va a vantaggio neanche delle classi medie perché se è vero, come è vero,
che le classi medie si ritrovano con più denaro, è anche vero che molti servizi
sono stati ridotti, come sanità, trasporti, scuole ecc., Dunque, la classe
media, con le tasse risparmiate, va a pagare il maggior prezzo di quei servizi
e, dunque, non accresce la sua capacità di consumo, con la conseguenza che non
aumenta la domanda, la produttività e non ci sono assunzioni.
I
ricchi, che con la riduzione delle tasse hanno più denaro, non lo investono in
attività produttive, perché si investe in attività produttive quando c’è una
ripresa della domanda. Ma, visto che la ripresa della domanda non c’è,
investiranno i loro soldi in prodotti finanziari, che aggravano la situazione,
ovvero l’emissione di titoli tossici.
Una
situazione disastrosa dunque, non solo non più legata in nessun modo
all’economia reale, ma dove il sistema finanziario sopravvivere guadagnando
sulle perdite. Fino a quando può durare questo sistema? Per il prof. Galloni
poco, siamo quasi alla fine.
Come
uscire da questo giro perverso?
Lasciamo
perdere come il mondo finanziario possa sperare di uscire sano e salvo da
questo perverso meccanismo che ha creato, e che non è nulla di buono per la
popolazione mondiale, ed accenniamo a cosa possa fare l’Italia per far
ripartire l’economia del paese, ovvero per far ripartire i consumi, quindi la
domanda, la produttività e, conseguentemente, l’occupazione.
Con
la ratifica dei trattati europei noi ci siamo impegnati a non emettere moneta a
corso legale, ovvero euro, non ci siano però impegnati a non emettere moneta
fiduciaria.
Questo
cosa vuol dire? Vuol dire che lo Stato italiano può, ad esempio, emettere buoni
acquisto o certificati di credito, che non sono moneta a corso legale. Questi
buoni possono essere spesi all’interno del paese, per fare la spesa, pagare il
commercialista, ecc. Il commerciante, il commercialista accettano questi buoni
perché poi possono, a loro volta, usarli per comprare o per pagare, ad esempio,
le tasse. Infatti, lo Stato italiano, avendo emesso questi buoni, ovviamente
poi, deve anche accettarli in pagamento dei servizi erogati o, appunto, delle
tasse. Il prof. Galloni ha fatto qualche conto ed ha considerato che se lo
Stato mettesse l’equivalente di 200 euro in moneta fiduciaria all’interno di
ogni busta paga, in otto mesi, se questi buoni vengono usati, il PIL del paese
crescerebbe del 3%. Con l’aumento del PIL ci sarebbe un miglioramento dei conti
pubblici con tutto quello che ne consegue.  Una volta che l’economia
del paese è ripartita, si possono, poi, pensare i passi successivi.
Ma
questo è un sistema che non può piacere alla finanza, se i conti migliorano
come fare a massimizzare l’emissione dei titoli e guadagnare sulle perdite? Non
si può.
Così,
sino a che il potere finanziario domina sul potere dello Stato, tanto da essere
la mano invisibile delle politiche pubbliche, non si può sperare in
questo.
Però,
visto che questo sistema di potere, come vedremo nel dettaglio nei prossimi
video, ha bisogno comunque e sempre, per prosperare e crescere, del consenso di
una popolazione che ha imparato controllare e manipolare, diventa estremamente
importante capire come il totalitarismo rovesciato opera questo controllo e
questa manipolazione.  Perché solo conoscendo quali sono i meccanismi
di condizionamento la popolazione può difendersi e, riacquistata consapevolezza
e potere, togliere forza a questa nuova forma di regime.

Nel
prossimo video analizzeremo, quindi, come il totalitarismo ambisca a crescere
in ambito nazionale ed internazionale, quali siano i suoi obiettivi. E vedremo
come agisce all’interno del paese, come possa, con quali mezzi e quali inganni, calpestare
le norme costituzionali, le norme interne e internazionali.

6 Commenti

  1. ….Perché solo conoscendo quali sono i meccanismi di condizionamento la popolazione può difendersi e, riacquistata consapevolezza e potere, togliere forza a questa nuova forma di regime……

    Parlo spesso con stranieri che pur parlando male la nostra lingua e facendo lavori umili hanno un livello di scolarizzazione e cultura spesso superiore al mio, ebbene spesso la consapevolezza di queste persone è di ordini di grandezza superiore a quelli che riscontro negli autoctoni, in buona sostanza i miei concittadini anche quelli ben inseriti sono dei perfetti rincoglioniti al loro confronto, la consapevolezza che l'ordine economico le leggi di mercato dell'economia classica siano fuffa è patrimonio comune fra gli stranieri specialmente delle ex colonie africane, queste persone hanno perfettamente compreso che la loro è la terra di scontro delle spinte espansive da una parte dell'occidente che sta rantolando ed è deciso a sopravvivere, dall'altra della cina che pur ancora in espansione economica ha già preventivato che gli anni delle vacche grasse con il pil a due cifre stanno per finire. l'esempio citato nell'articolo sull'imposizione del 7% di redditività è emblematico, partendo da li si capisce come la teorizzazione del capitalismo di mayer e fludd che doveva servire a rendere disponibili al maggior numero di persone beni di consumo necessari, sia diventato un mostro indipendente che distrugge qualsiasi cosa incontri. Tutto questo può accadere esclusivamente perchè esiste un vuoto culturale, un vuoto di significato. la supremazia della finanza sulla politica nasce da questo presupposto, le cause che hanno portato a questo a mio modesto parere sono tutte ben chiare a una mente "complottista" o ancora meglio a persone come sopra ho descritto che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti dove queste logiche si sfogano nel vivo. In buona sostanza bisogna ritornare qui per mettere rimedio a una situazione che sta diventando insostenibile praticamente a tutti:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Contratto_sociale_%28saggio%29

    jj

    p.s. chiedo ai giuristi: visto che equitalia non paga le tasse si autopignorerà ? perchè se succedesse tirerei un sospiro di sollievo. grazie per una eventuale risposta anche umoristica

  2. Un progetto di "teorizzazione del capitaliscmo" viene accolto solo se utile al potere finanziario. Deve quindi essere una creazione bifronte, con un lato luminoso a uso e consumo della massa, e un lato oscuro ove sono nascoste le programmate finalita' dell'operazione.
    "Mayer & Fludd"…
    Se quel che assistiamo e' il verificarsi di un programma totalitaristico, mi sembra che non possa essere liquidato con l'identificazione massonica "totalitarismo rovesciato". Ci avviamo a un un "totalitarismo diretto, ove íl Potere non ha piu' bisogno di di dittatori, ovvero di mediatori tra le necessita' delle masse e quelle del sistema stegocratico.

  3. Brava Solange, mai come prima di questi tuoi video era stato possibile capire certe cose e con tale chiarezza. Grazie.
    : ) La prossima volta non metterti una tutaccia quando dici cose così serie… ne viene meno il tutto, ma fà lo stesso, te lo si può perdonare.
    Un saluto

    Francesco da Forlì

  4. caro villari, mayer e fludd vissero a cavallo fra '500 e '600 erano rosacroce e all'epoca le uniche strade presenti in inghilterra erano quelle costruite dalle legioni imperiali romane, non credo avessero in mente trame oscure ma semplicemente il miglioramento delle condizioni di vita per gli abitanti del loro paese tanto che furono influenzati dal rinascimento italiano di quell'epoca che unanimemente è riconosciuto come una sorta di età dell'oro mai più ripetutasi nemmeno in epoca moderna economicamente e culturalmente,le loro visioni ben si sposano con quel capitalismo solidaristico citato nei video. Ritornare a quello è vitale, non solo ma è un processo già iniziato da qualche anno che avrà conseguenze ancora sottovalutate, il ritorno alla terra è in aumento esponenziale, avremo contadini in futuro che porteranno livelli culturali in campagna mai visti finora in modo massiccio, cittadini formati come animali urbani che si trasformeranno in agricoltori tecnologici e apportatori di coscienza evoluta, basti pensare ai probabili nipotini di Andretta come antropoagricolocratici, questo è il futuro, l'incontro fra le due forme mentali del cittadino e del contadino separate con l'inurbamento coatto iniziato con l'industrializzazione gioverà a entrambe le categorie, i cittadini re impareranno la concretezza dell'applicazione pratica del pensiero e della fatica, gli agricoli faranno un percorso inverso da un pensiero concreto a uno più speculativo, questo nuovo tipo umano è già presente e manderà nei prossimi decenni letteralmente in vacca tutti i piani distruttivi del mostro descritto da Solange nei video perchè le monete locali gli scec vari:

    http://scecservice.org/site/a4/?page_id=6521

    e l'economia di sopravvivenza (produzione di cibo ed energia a km 0) toglieranno fiato alla follia così lucidamente descritta, lavorare la terra non permette di rincoglionirsi con 10 ore di TV o di internet al giorno quindi l'arma finale di goebbels che è la tv sarà disinnescata:

    http://twitpic.com/6003ef

    la gente riprenderà a pensare normalmente, personaggi come salvini e la carfregna non avranno più ragione di esistere.

    il capitalismo è morto. w il capitalismo !

    p.s. il pile che indossa Solange tiene caldo e lo trovo gradevole

    jj

  5. Buonissimo articolo, complimenti!
    La "buona" notizia comunque é che presto tutto questo sistema crollerà come una torre di carte. La linfa energetica del quale si nutre, il petrolio, ha sorpassato il suo picco di produzione, e per il momento nessuna forma di energia puo sostenere gli enormi bisogni energetici di questo sistema! La decrescita si avvicina, meglio prepararsi!

  6. Ciao JJ, il Rinascimento e' stata un'opera ove i Rosa+Croce svolsero un ruolo di primo piano. Da quel poco che mi e' stato lasciato comprendere nei rari e brevi colloqui avuti, il linguaggio avviene tramite diversi piani di conoscenza, e ben poco e' lasciato al caso. Figurati le precauzioni in un periodo come il Rinascimento ove per una sola frase non velata venivano perseguitati in modo atroce.
    Non si trattava solo di trame oscure come noi oggi le intendiamo, ma di piani diversi di comunicazione, uno per la massa (luce, visibile) e uno per gli adepti (oscuro, nascosto).

    Comunque mi riferivo a "Mayer & Fludd" nella rivisitazione attuale, e lo trovo simbolicamente non casuale.

    Il fatto che, come tu scrivi e condivido, "la gente ritornera' a pensare normalmente" purtroppo mi deprime non meno. Tornera' a essere manipolata a livelli standard, ma solo dopo la scomparsa del grado di scientificita' raggiunta, al quale nessuno di noi riesce a sfuggire se non in piccola parte. Tale scomparsa non potra' che essere un cataclisma di portata planetaria, di tale entita' da spazzare via il sistema che controlla il pianeta.
    Dalla padella alla brace, un lungo periodo di crescente terribile violenza.
    Corsi e ricorsi della storia, "gli dei hanno sete."

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