Affrontare un percorso spirituale. Le regole.

Le regole di base di qualsiasi percorso spirituale

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Al di là del singolo percorso spirituale seguito, ci sono alcune regole di base da seguire per effettuare un lavoro spirituale, che sono identiche per tutti i percorsi. Eccole, in sintesi.

 

  • Non bisogna cambiare l’esterno, ma l’interno

Per cambiare il mondo esterno, occorre prima cambiare il nostro mondo interno. Questo provocherà dapprima un semplice cambiamento di prospettiva, nel senso che si attireranno le situazioni che ci si presentano in modo diverso dal passato, per poi produrre un cambiamento anche della realtà esterna. Soprattutto, bisogna evitare di delegare all’esterno la soluzione dei nostri problemi (invocando dèi o entità, o praticando riti di qualsiasi tipo, siano essi esoterici, magici, religiosi) e trovarla invece nel nostro interno.

 

  • Lavorare solo su se stessi, senza pretendere di cambiare gli altri attorno a noi

Il principale, unico, lavoro che occorre effettuare in un percorso spirituale, è quello su se stessi. Gli altri possono cambiare e cambieranno solo nella misura in cui lo decideranno. Tentare di cambiare l’altro è spesso una fatica vana, che ci porta a disperdere le nostre energie in direzioni errate. Coloro che hanno cambiato il mondo (Cristo, Buddha, Gandhi, ecc.) sono persone che hanno prima di tutto cambiato loro stesse profondamente; solo successivamente hanno portato un cambiamento all’esterno. Anche perché in genere, quando riusciamo a cambiare le persone, è con l’esempio, non con le parole. Il lavoro su se stessi deve essere diretto a purificarci da tutte le emozioni negative (rabbia, paura, gelosia, possesso, ansia), per raggiungere uno stato di felicità assoluta, che sia indipendente dalle circostanze esterne.

 

  • Nelle relazioni, non vedere mai nell’altro la causa del problema, ma solo in noi stessi

Il più veloce ed efficace metodo di lavoro su se stessi consiste nel vedere nell’altro un’opportunità di cambiamento per noi stessi. Se l’altro ci picchia, ci umilia, ci maltratta, dobbiamo prendere questi fatti come una spia di qualcosa che non va, dentro di noi, e cambiare la situazione inconscia che ci ha portato a vivere quell’esperienza. fermo restando il fatto che l’altro rimane uno stronzo, dobbiamo però ricordarci che il mondo esterno è solo un riflesso del nostro interno, e domandarci unicamente: “Cosa ho dentro di me che ha provocato questa reazione nell’altro?”.

Tenendo presente che i tentativi di cambiare gli altri sono tentativi inconsci di cambiare noi stessi e che, specie nelle relazioni di coppia, l’altro è lo specchio di una parte segreta di noi stessi, il modo più rapido per evolvere è considerare tutti i difetti che ha l’altro come qualcosa da guarire dentro di noi, sepolto spesso nella parte più inconscia, o che talvolta può risiedere in ragioni karmiche.

 

  • Le nostre paure materializzano gli eventi

La legge d’attrazione (nonostante sia una moda diffusa quella del criticarla e considerarla un concetto new age) è insegnata da sempre in tutta le tradizioni spirituali. Il mondo esterno è un riflesso del nostro interno, e le esperienze che viviamo vengono attratte da noi stessi come da una calamita. Il punto è che attraiamo non solo ciò che desideriamo, ma anche ciò che temiamo, materializzando le nostre paure più profonde, al fine di poter superare quelle esperienze.

 

  • Il dolore deriva sempre da una percezione distorta della realtà

Il dolore è sintomo che qualcosa che non va in noi, ovverosia che non riusciamo a capire il motivo di una determinata situazione (si tratti di una situazione della nostra vita, o di una condizione del mondo). Non soffriamo per la morte di una persona cara, ma perché non capiamo il senso della morte, e non ci hanno abituato ad affrontarla. Non soffriamo per i mali del mondo, ma perché non ne comprendiamo le cause.

 

  • Il male non esiste, ma è solo assenza di bene, ed è un’opportunità per comprendere

Il male come concetto assoluto non esiste, ma è solo assenza di bene, di amore, e di consapevolezza. Il nostro mondo viene percepito come una struttura basata sugli opposti (bianco / nero, freddo / caldo, bello / brutto, giusto / sbagliato, alto / basso) e il male serve a poter percepire il bene, per poterci migliorare continuamente ed elevarci. Ci si domanda perché sia necessario il male, per poter crescere spiritualmente. La risposta è che l’uomo, se conoscesse solo il bene, la pace, e la serenità, non avrebbe stimoli a migliorare fino a raggiungere la cosiddetta illuminazione, o il contatto con Dio. E’ con la malattia che le persone mettono in discussione il loro stile di vita; è con una rovina economica che si inizia a dare la giusta importanza al denaro; è grazie a un fallimento in amore che ci si fanno domande sull’amore; è grazie a problemi di vita, depressione, e altre vicende gravi, che ci si pone la domanda sul senso della vita.

Il male, cioè, è sempre funzionale al bene, perché serve per raggiungere una comprensione superiore. E una delle regole base della spiritualità è quella di non vedere mai “il male” (sia per noi stessi, sia per gli altri), ma solo un’opportunità di comprensione e di crescita.

 

  • Sviluppare l’amore

L’amore è il motore più potente dell’universo, perché è quello che ci spinge a imprese impossibili, che ci spinge a migliorarci, che ci spinge a fare nuove scoperte. L’amore è spesso il motore del cambiamento e del lavoro spirituale: si cambia per amore della persona amata, per amore del maestro, per amore di noi stessi. Senza amore, c’è la stagnazione. E’ necessario quindi sviluppare in noi il più possibile l’amore, in tutte le sue forme; partendo inizialmente dall’amore per se stessi (il precetto di Cristo “ama il prossimo tuo come te stesso”, infatti, implica che prima di sviluppare l’amore per gli altri occorra sviluppare quello per se stessi), e passando poi per l’amore per tutti gli esseri viventi e senzienti. L’amore per tutti gli esseri viventi è un precetto fondamentale non solo del Buddhismo, col suo principio della compassione per tutti gli esseri senzienti, ma anche del Cristianesimo esoterico ad esempio; non a caso Leonardo da Vinci, che era un rosacroce, scrisse che l’umanità avrà raggiunto la perfezione quando gli animali saranno trattati al pari dell’uomo. E Dante Alighieri, utilizzando la tecnica del contrappasso, fa infliggere ai golosi la pena di essere “scuoiati e quartati” e divorati da un demone, considerando un “peccato” il mangiare carne.

Esistono delle tecniche per sviluppare l’amore per se stessi e quello per gli altri. Il che porta direttamente al prossimo punto.

 

  • Lo strumento per eccellenza: la meditazione

La meditazione è lo strumento spirituale per eccellenza, come abbiamo detto in un nostro articolo. Nella meditazione si trovano tutte le risposte che ci servono, e si riesce a cambiare la nostra percezione del mondo, vedendo spesso la perfezione delle situazioni (apparentemente negative) in cui siamo immersi. Non a caso la maggior parte dei maestri spirituali si pongono come “maestri” non tanto di vita, quanto di meditazione. Buddha insegnava prevalentemente la meditazione. Molti mistici cristiani insegnavano solo a “mettersi in contatto con Dio” tramite la meditazione e il lavoro (pensiamo a San Francesco o San Benedetto, ad esempio). Yogananda si presentava come un semplice maestro di Kriya Yoga. Lo stesso dicasi per molti mistici sufi.

E’ con la meditazione che si riesce a riunificare gli opposti, a capire la funzione di certe situazioni che crediamo sgradite, e in generale a lavorare su noi stessi.

Mantra, canti, e balli, sono altrettante tecniche per aiutare il percorso di consapevolezza, affini alla meditazione.

 

  • La meta finale: la felicità

La meta di ogni percorso spirituale è la felicità.

Una volta capito che il male non esiste se non come occasione di crescita; che l’altro è uno specchio di noi stessi; e risolte quelle situazioni che ci provocano dolore, con la comprensione corretta della realtà che si cela dietro ad esse, si apre la strada a una felicità piena e assoluta. Il Buddha insegnava delle tecniche per eliminare la sofferenza e raggiungere la felicità (e non a caso il libretto di introduzione al Buddhismo di Nichiren, da me praticato, si intitola “Felicità in questo mondo”). Lo yoga, lo strumento per eccellenza del percorso induista, insegna le stesse cose. I mistici cristiani, insegnando il metodo per raggiungere il contatto col divino, miravano alla stessa meta: la felicità. Ma identico è il percorso all’interno del Taoismo, o dell’Islam, o dell’Ebraismo. In queste ultime due religioni spesso si confonde la meta finale con la ricerca di Dio e delle sue leggi, ma la verità è che tale ricerca coincide con quella della felicità, perché non è possibile l’uno senza l’altro.

Solo dopo aver trovato la felicità individuale si può estendere tale stato all’esterno e rendere felici gli altri. La persona felice, infatti, non provoca sofferenza agli altri e aiuta naturalmente gli altri a raggiungere lo stesso stato.

E il cambiamento di una singola persona, estendendosi a macchia d’olio a tutti, può portare a quella “rivoluzione umana” auspicato dai mistici e dai maestri. Che vogliono, sì, cambiare il mondo, ma cambiando prima se stessi.

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