Rivoluzioni Colorate: come si esporta la democrazia

0
195

Nel secolo scorso le rivoluzioni sono state etichettate come rosse o nere, con una precisa connotazione ideologico-politica. Recentemente invece è comparso un altro termine: “rivoluzioni colorate”. Si tratta di un’espressione inventata e utilizzata nell’ultimo decennio dai media internazionali per indicare tutte quelle rivolte (più o meno spontanee, nel nostro articolo vedremo perché) che hanno portato a un cambio di regime, in particolare nei paesi dell’ex Unione Sovietica. “Rivoluzioni colorate” è un’espressione che ispira simpatia e non fa paura; ed è proprio questo l’obiettivo: far sì che l’opinione pubblica parteggi emotivamente per i manifestanti. Le rivoluzioni colorate, a differenza di quelle rosse e nere, non hanno una connotazione ideologica ben precisa; ma la loro caratteristica è di opporsi ai governi filo-russi in carica, ritenuti corrotti e autoritari, e di sostenere le candidature di politici filo-occidentali, legati a doppio filo con i poteri internazionali.

A ognuna di queste rivoluzioni è stato assegnato un colore o un fiore simbolo della protesta, scelti apparentemente in modo spontaneo dai manifestanti. Tuttavia, analizzando i fatti, ci si accorge che sono sempre presenti alcuni tratti comuni. Troppe analogie non possono essere casuali e fanno nascere dei sospetti sulla effettiva spontaneità delle rivolte: infatti, come vedremo, tali analogie sono segno di una matrice comune, che ha creato e addestrato i movimenti protagonisti delle proteste, incanalando il malcontento spesso reale ma amplificato dalla propaganda.

La caratteristica più visibile delle rivoluzioni colorate è che i partecipanti utilizzano metodi non violenti e di disobbedienza civile. Ciò li rende immediatamente “simpatici” agli occhi dell’opinione pubblica: da una parte abbiamo il dittatore di turno, a capo di un governo descritto come anti-democratico; dall’altra abbiamo i manifestanti, principalmente giovani, pieni di ideali e desiderosi di ottenere libertà, democrazia, modernità. Da che parte deciderà di schierarsi l’opinione pubblica? Ovviamente dalla parte dei manifestanti contro il dittatore. Occorre infatti tenere presente ciò che abbiamo scritto nel nostro precedente articolo in merito alla manipolazione dell’informazione: anche nel caso delle rivoluzioni colorate è in atto una vera e propria propaganda mediatica, che fa apparire i manifestanti come “buoni” e i governi a cui essi si oppongono come “cattivi”. Ma è davvero così? La realtà, come spesso accade, è ben diversa da come ce la presentano i media.

Ciò che, ad esempio, i media internazionali raramente si ricordano di dire è che le varie rivoluzioni colorate sono state sostenute da Organizzazioni Non Governative finanziate da Stati occidentali. Questo punto è molto importante, perché fa capire come le rivolte non siano realmente spontanee e libere come sembrano. Dietro all’ideazione e alla messa in atto delle rivoluzioni colorate ci sono dei poteri ben precisi. Poteri principalmente finanziari, come l’uomo d’affari statunitense di origine ungherese George Soros: andando a scavare nella rete dei vari movimenti protagonisti delle rivoluzioni colorate, troviamo sempre la sua presenza tramite la Open Society Foundations, che sostiene e finanzia le rivolte.

Se Soros rappresenta il potere finanziario che foraggia e pilota i movimenti rivoluzionari, c’è però un altro personaggio, meno conosciuto e visibile ma forse proprio per questo ancora più potente e pericoloso: si tratta di Gene Sharp, autore del libro “Dalla dittatura alla democrazia”, in cui vengono descritti tutti i metodi di propaganda e lotta non violenta per raggiungere l’obiettivo di “abbattere un regime, come recita il titolo recentemente tradotto in italiano. Il libro di Sharp è considerato il testo base di tutte le rivoluzioni colorate e viene studiato e messo in pratica dai manifestanti. Dunque, se Soros è il finanziatore delle rivolte, possiamo dire che Sharp ne è l’ideologo. La parte prettamente organizzativa è invece affidata al NED (National Endowment for Democracy – Fondo Nazionale per la Democrazia), con sede a Washington e finanziato dall’USAID, un’agenzia di copertura della CIA. Ora cominciamo ad avere un quadro più preciso sulla “spontaneità” delle rivolte e su chi ci sia veramente dietro. Ma, volendo approfondire ulteriormente, si potrebbero trovare collegamenti con una vera e propria galassia di ONG e agenzie governative principalmente statunitensi, che finanziano e addestrano i movimenti di protesta in tutto il mondo.

Altra caratteristica comune a tutte le rivoluzioni colorate è l’utilizzo di uno specifico marketing politico: la scelta di un colore e di un logo; magliette, adesivi, manifesti e altro merchandising; annunci di presunti brogli elettorali; slogan evocativi, che spesso sono gli stessi tradotti nelle varie lingue. Inoltre sono sempre presenti le stesse organizzazioni, che talvolta assumono nomi diversi a seconda del Paese, ma che hanno alle spalle gli stessi addestratori e manipolatori. Una di queste organizzazioni è Otpor, che fece la sua comparsa sulle scene durante la Rivoluzione dei Bulldozer in Serbia nel 2000, considerata la prima delle moderne rivoluzioni colorate, conclusasi con la sconfitta di Slobodan Milosevic. Il logo di Otpor era un pugno chiuso: lo stesso che poi è stato utilizzato da tutti gli altri movimenti nei vari Paesi. In seguito, uno dei leader di Otpor costituisce il Canvas: un Centro per l’applicazione di strategie e azioni non violente, che offre la propria consulenza e i propri servizi su scala globale a novelli rivoluzionari.

Nel 2003 la rivoluzione si sposta in Georgia, con proteste contro il governo in carica del filo-russo Shevardnaze, che fu costretto a dimettersi; il filo-occidentale Saakashvili, leader della Rivoluzione delle Rose, vinse poi le elezioni con il 96% dei voti. Il risultato del cambio di regime fu l’adozione di un’economia di tipo neo-liberista con massicce privatizzazioni, che di certo non fanno gli interessi del popolo, ma dei grandi gruppi finanziari internazionali: gli stessi gruppi e gli stessi poteri da cui la rivoluzione in Georgia è stata voluta e foraggiata.
L’anno successivo è la volta dell’Ucraina con la Rivoluzione Arancione. Il candidato filo-occidentale alle elezioni Juscenko denunciò brogli elettorali a favore del filo-russo Janukovic; i manifestanti in piazza chiedevano la ripetizione della consultazione. La Corte Suprema invalidò il risultato elettorale e si procedette a nuove elezioni, che questa volta furono vinte da Juscenko.

Un discorso a parte merita l’attuale situazione ucraina, che è figlia della rivoluzione del 2004. Nell’autunno del 2013 il governo ucraino (presieduto da Janukovic, ritornato al potere dopo la rivoluzione del 2004) sospende l’accordo di associazione con l’Unione Europea e cominciano le manifestazioni di protesta denominate EuroMaidan (“Euro-Piazza”, perché le rivolte di piazza erano a favore dell’avvicinamento dell’Ucraina all’UE). Le proteste si fecero sempre più accese, fino a culminare negli scontri violenti di febbraio 2014 a Kiev, con conseguente colpo di stato da parte dell’opposizione e fuga del presidente Janukovic.
Nel raccontare la nuova rivoluzione europeista, i media internazionali hanno messo in atto la consueta disinformazione e hanno capovolto o omesso i fatti. Ad esempio non ci è stato raccontato il ruolo avuto da Victoria Nuland, assistente del Segretario di Stato USA. È emerso tramite delle intercettazioni che, ben prima del rovesciamento del presidente Janukovic, la Nuland parlava con l’ambasciatore USA in Ucraina della composizione del nuovo governo rivoluzionario che si sarebbe insediato a Kiev, dando indicazioni su chi ne avrebbe fatto parte e chi ne sarebbe stato escluso. La stessa Nuland, nel dicembre 2013 – ovvero quando le proteste pro-UE si stavano intensificando – dichiarò che “gli Stati Uniti hanno investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Da questa dichiarazione si può ben dedurre in che mani sia il futuro dell’Ucraina (di certo non in quelle degli ucraini, ma di forze esterne al Paese). E, a 8 mesi di distanza, stiamo anche vedendo, giorno dopo giorno, i frutti nefasti di quell’operazione per il “futuro dell’Ucraina”, che pare non essere per niente roseo, così come il suo presente.
A conferma delle notizie che erano già trapelate riguardo i manovratori occulti della rivolta, abbiamo anche le dichiarazioni dell’ex capo dei servizi di sicurezza ucraini Aleksandr Yasimenko in merito alle persone chiave che hanno direttamente causato gli scontri di Kiev nel febbraio 2014. Oltre a fornire i nomi dei suoi colleghi che hanno armato i cecchini, Yasimenko afferma che il centro di comando dell’intera operazione Maidan era l’ambasciata americana a Kiev.
Longa manus delle proteste è ancora una volta il magnate speculatore George Soros, per sua stessa ammissione. Il 27 maggio 2014, in un’intervista alla CNN, Soros ha dichiarato: “Ho creato una fondazione in Ucraina prima che il paese diventasse indipendente dalla Russia. Questa fondazione ha continuato a operare e ha avuto un ruolo importante negli eventi recenti”. Infatti molti partecipanti alle manifestazioni di Piazza Maidan a Kiev erano membri delle ONG fondate da Soros o erano stati addestrati da queste stesse ONG in seminari sponsorizzati dall’IRF (International Renaissance Foundation) di Soros e dai suoi numerosi istituti e fondazioni facenti parte dell’Open Society.

Come abbiamo visto, dietro alle rivolte apparentemente spontanee nate in vari paesi dell’Europa dell’Est (ma anche in altre zone del mondo) ci sono sempre gli stessi personaggi, le stesse organizzazioni, gli stessi poteri. Tracciando i collegamenti tra di loro, è possibile capire chi ha davvero voluto, organizzato e finanziato le rivoluzioni colorate, con l’obiettivo di far salire nei posti di potere uomini appartenenti alla loro cerchia, in modo che prendano decisioni politico-economiche a favore di quegli stessi poteri che li hanno sostenuti. Tutto ciò viene attuato con l’immancabile complicità dei media internazionali, che raccontano una realtà distorta e volutamente manipolata. Nel prossimo articolo approfondiremo l’argomento, occupandoci delle cosiddette “Primavere Arabe”: ovvero tutte quelle proteste e rivolte che hanno interessato il mondo arabo negli ultimi 4-5 anni e che, come vedremo, hanno molte caratteristiche in comune con le Rivoluzioni Colorate.

 

– Articolo di Stefania Nicoletti originariamente pubblicato sulla rivista “Orione Magazine” nel 2014 –

 

Leggi anche: Primavere Arabe, come si destabilizza il Medio Oriente

Primavere Arabe: come si destabilizza il Medio Oriente

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here