Sintesi della dispensa a cura di Vina Parmar, relativamente agli insegnamenti di hira ratan manek
Hira Ratan Manek e l’origine del metodo
In questo articolo riassumo alcuni dei punti fondamentali della tecnica del cosiddetto Sungazing, che consiste nell’osservare direttamente il sole, per pochi minuti al giorno.
Con questa tecnica, secondo l’autore si può guarire da qualsiasi malattia fisica o psichica
Hira Ratan Manek, HRM, nacque in India nel 1937 e studiò ingegneria meccanica. Dopo essersi ritirato dall’attività lavorativa, approfondì sistematicamente il rapporto fra energia solare, digiuno e tradizioni spirituali.
HRM non afferma di aver inventato il SG. Sostiene invece di aver ricostruito una pratica antichissima partendo da diversi elementi: il giainismo e la figura di Mahavira, il Gayatri Mantra, i racconti di Yogananda su persone capaci di vivere senza alimentazione ordinaria, le tradizioni solari egizie, indiane e native americane.
Secondo il suo racconto, dopo circa tre anni di ricerca e sperimentazione personale mise a punto un metodo progressivo che considerava sufficientemente semplice da poter essere trasmesso a chiunque.
Dal 1995 dichiarava di non assumere più cibo solido, vivendo essenzialmente di acqua e luce solare, con tè, caffè o latticello assunti occasionalmente per ragioni sociali.
L’idea fondamentale: l’organismo ha bisogno di energia, non necessariamente di cibo
Il principio centrale di HRM è estremamente semplice.
L’essere umano ha bisogno di energia. Normalmente questa energia viene ricavata dagli alimenti. Ma gli alimenti stessi dipendono dal Sole: le piante trasformano l’energia solare, gli erbivori mangiano le piante, altri animali mangiano gli erbivori e così via.
Il cibo sarebbe quindi una forma indiretta o secondaria di energia solare.
La domanda posta da HRM è: se l’organismo necessita di energia e non del cibo in quanto tale, perché non potrebbe imparare ad assorbirla direttamente dalla sua fonte primaria?
Da qui derivano alcune immagini che HRM utilizza spesso per spiegare il suo modello. Paragona il corpo a una «cucina solare» o a un’«automobile solare»: così come questi dispositivi utilizzano direttamente l’energia del Sole invece di ricavarla da un combustibile, anche l’organismo umano, secondo HRM, potrebbe imparare a ricevere direttamente l’energia solare invece di ottenerla indirettamente attraverso il cibo. Quando parla del corpo come di un «chip solare», intende invece descrivere uno stato in cui l’organismo, dopo un periodo di adattamento, sarebbe diventato capace di assorbire, immagazzinare e utilizzare stabilmente l’energia solare.
Il passaggio essenziale sarebbe dunque:
Sole → energia → organismo
invece del percorso ordinario:
Sole → vegetali → alimenti → organismo.
Il termine utilizzato da HRM è talvolta «microcibo»: la luce solare sarebbe la forma originaria del nutrimento.
Il cervello come centro del processo
Per HRM il vero protagonista del SG non è l’occhio ma il cervello.
Il cervello viene definito «brainutor», una sorta di supercomputer biologico dotato di enormi possibilità latenti. HRM riprende la vecchia teoria secondo cui normalmente utilizzeremmo soltanto una minima parte delle capacità cerebrali.
La luce solare fornirebbe l’energia necessaria a riattivare progressivamente le parti dormienti di questo «supercomputer».
Il processo sarebbe quindi:
luce → occhio → cervello → attivazione di facoltà latenti.
Nella sua interpretazione, da questa attivazione deriverebbero sia gli effetti mentali e fisiologici sia quelli spirituali.
Occhio, ipotalamo e ghiandola pineale
Gli occhi vengono considerati la porta principale attraverso cui la luce raggiunge il cervello.
HRM insiste sul fatto che l’occhio non abbia soltanto una funzione visiva, ma rappresenti un vero organo di ricezione dell’energia solare.
Particolare importanza viene attribuita alla retina, alla via verso l’ipotalamo e alla ghiandola pineale.
La pineale viene identificata con il «terzo occhio», con la tradizionale «sede dell’anima» e con un centro fondamentale nella regolazione dell’intero organismo.
Il libro mescola qui elementi fisiologici e interpretazioni energetiche. L’ipotesi generale è comunque chiara: la luce ricevuta dall’occhio modifica l’attività cerebrale ed endocrina e la pineale avrebbe un ruolo centrale nella trasformazione dell’energia luminosa.
Spieghiaoci meglio.
Uno degli aspetti fondamentali del sistema di Hira Ratan Manek riguarda il ruolo attribuito agli occhi. Nel SG essi non vengono considerati soltanto gli organi che permettono di vedere il Sole, ma soprattutto una delle principali vie attraverso cui la luce può esercitare un’azione sull’intero organismo.
Nella concezione abituale siamo portati a pensare all’occhio quasi esclusivamente come a una macchina fotografica biologica: la luce entra, raggiunge la retina, viene trasformata in impulsi nervosi e il cervello costruisce l’immagine di ciò che stiamo osservando. In questa prospettiva la funzione della luce sarebbe essenzialmente quella di permetterci di vedere.
HRM parte invece da una concezione molto più ampia. La luce che entra nell’occhio non servirebbe soltanto alla formazione delle immagini, ma rappresenterebbe anche un segnale capace di raggiungere zone profonde del cervello e di influenzare il funzionamento generale dell’organismo. Per questo, secondo lui, l’occhio sarebbe una vera e propria porta di ingresso della luce nel sistema biologico.
Questa idea contiene in realtà due livelli differenti, che nel libro vengono spesso sovrapposti.
Il primo è fisiologico: la luce ricevuta dalla retina non interviene soltanto nella visione, ma partecipa anche alla regolazione di funzioni che apparentemente non hanno nulla a che fare con il vedere. Il secondo è propriamente energetico: HRM ipotizza che attraverso questa stessa via l’organismo possa non soltanto ricevere informazioni luminose, ma anche utilizzare in qualche modo l’energia del Sole.
Il primo passaggio del processo avverrebbe nella retina.
La retina non è soltanto una superficie sulla quale si forma un’immagine. È tessuto nervoso altamente specializzato e costituisce, in un certo senso, una porzione del sistema nervoso centrale rivolta verso l’esterno. La luce che la colpisce viene trasformata in segnali che seguono differenti percorsi cerebrali.
Una parte di questi segnali serve alla visione propriamente detta. Un’altra parte, però, raggiunge strutture coinvolte nella regolazione dei ritmi biologici.
Nel rapporto medico riportato nel libro viene descritta in particolare una via che collega la retina all’ipotalamo: il tratto retino-ipotalamico. Attraverso questa connessione le informazioni relative alla presenza o all’assenza di luce raggiungono il nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, uno dei principali centri di regolazione dell’orologio biologico.
Si comprende allora perché la luce possa produrre effetti che non riguardano direttamente la capacità di vedere.
Il cervello deve sapere continuamente se fuori è giorno o notte, se ci troviamo in una fase luminosa o oscura, perché moltissime funzioni dell’organismo vengono organizzate anche in relazione a questa informazione. Il ciclo sonno-veglia, alcune secrezioni ormonali, la temperatura corporea, l’attività metabolica e numerosi ritmi quotidiani dipendono in parte dalla sincronizzazione con l’alternanza naturale fra luce e buio.
L’occhio, quindi, svolge almeno due funzioni contemporaneamente: ci permette di vedere il mondo e informa continuamente l’organismo sulle condizioni luminose dell’ambiente.
È precisamente su questa seconda funzione che HRM costruisce gran parte della propria interpretazione del SG.
Dal nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, infatti, l’informazione luminosa entra in una catena di regolazione che coinvolge anche la ghiandola pineale. Durante il giorno la presenza della luce modifica i segnali nervosi che raggiungono questa ghiandola; al diminuire della luce cambia invece la sua attività e aumenta la produzione di melatonina.
Esiste quindi realmente una relazione funzionale:
luce → retina → ipotalamo → sistema nervoso → pineale.
Questo elemento è particolarmente importante perché dimostra che la luce ricevuta dagli occhi non rimane confinata all’apparato visivo. Può raggiungere sistemi che regolano il comportamento complessivo dell’organismo.
Il sistema HRM prende questo dato come punto di partenza e compie un passo ulteriore.
Se la luce può utilizzare gli occhi per modificare i ritmi biologici e l’attività neuroendocrina, HRM ipotizza che essa possa produrre attraverso la stessa porta effetti ancora più profondi. Parla per questo di una sorta di «fotoanalisi» o di processo paragonabile, almeno metaforicamente, alla fotosintesi.
Il paragone con le piante ritorna continuamente.
Una pianta riceve direttamente la luce solare e la utilizza all’interno dei propri processi vitali. L’uomo, invece, riceve normalmente l’energia solare in modo indiretto, soprattutto attraverso gli alimenti: le piante utilizzano il Sole, noi mangiamo le piante o animali che a loro volta si sono nutriti di piante.
HRM si domanda se l’organismo umano possieda anch’esso un meccanismo, oggi scarsamente utilizzato, attraverso cui una parte dell’energia solare possa essere ricevuta direttamente.
Gli occhi sarebbero, nella sua ipotesi, la via privilegiata di questo processo.
Non sarebbero quindi semplicemente due finestre attraverso cui il cervello osserva il mondo, ma anche due superfici attraverso cui il cervello riceve luce.
Da questo punto di vista il SG assumerebbe un significato completamente diverso dalla semplice esposizione del corpo al Sole. Nel bagno di Sole la radiazione raggiunge principalmente la pelle; nel SG la luce entrerebbe direttamente attraverso una struttura nervosa collegata al cervello.
HRM sostiene infatti che entrambe le forme di esposizione possano essere utili, ma considera quella attraverso gli occhi più rapida e potente.
In questo modello assume particolare importanza l’ipotalamo.
L’ipotalamo è coinvolto nella regolazione di molte funzioni fondamentali: fame, sazietà, temperatura, sonno, risposta allo stress, attività endocrina e numerosi comportamenti automatici.
Per HRM questa centralità aiuterebbe a spiegare perché il SG possa produrre effetti apparentemente molto diversi fra loro.
Se l’azione della luce riguardasse esclusivamente l’occhio, ci aspetteremmo soprattutto modificazioni della vista.
Se invece essa raggiunge un centro regolatore come l’ipotalamo, diventano almeno comprensibili, all’interno del suo modello, fenomeni riguardanti sonno, appetito, stato emotivo, energia e attività ormonale.
È proprio l’ipotalamo, per esempio, che HRM chiama in causa quando parla della progressiva diminuzione della fame. Secondo lui, con il procedere del SG, questo centro verrebbe progressivamente «rafforzato» e riorganizzato, fino a modificare i normali segnali di fame e sazietà.
Lo stesso schema viene utilizzato per spiegare i cambiamenti del sonno. Se la luce modifica il sistema che regola il ciclo giorno-notte e questo sistema comunica con la pineale, allora una trasformazione del bisogno di sonno viene inserita da HRM all’interno dello stesso processo.
La ghiandola pineale diventa così uno dei punti centrali dell’intero sistema.
Dal punto di vista fisiologico è una piccola ghiandola endocrina situata profondamente nel cervello e coinvolta soprattutto nella produzione di melatonina e nella regolazione dei ritmi circadiani.
HRM, però, non si ferma a questa funzione.
Riprende una lunga tradizione filosofica, esoterica e spirituale che ha attribuito alla regione centrale del cervello un significato particolare. Nel libro la pineale viene chiamata «terzo occhio» e viene ricordata anche la celebre definizione cartesiana di «sede dell’anima».
HRM tenta così di far coincidere due linguaggi diversi.
Da una parte abbiamo la ghiandola endocrina, coinvolta nella risposta ai cicli di luce e oscurità.
Dall’altra abbiamo il «terzo occhio» delle tradizioni spirituali, associato a intuizione, percezione interiore, coscienza e facoltà superiori.
Nel suo modello si tratterebbe, in ultima analisi, di due modi differenti di parlare dello stesso centro.
È importante notare, tuttavia, che HRM utilizza una propria corrispondenza fra ghiandole e chakra. Nelle FAQ precisa che identifica la pineale con il terzo occhio e con il chakra della corona, mentre associa l’Ajna chakra all’ipofisi. Non segue quindi esattamente tutte le corrispondenze diffuse in altre scuole yogiche o esoteriche.
Il principio che gli interessa è comunque un altro: la luce solare entrerebbe attraverso gli occhi e attiverebbe progressivamente una catena di strutture cerebrali ed endocrine, con un ruolo privilegiato della pineale.
Da qui nasce anche l’idea del «cervello dormiente».
HRM immagina il cervello come un enorme elaboratore del quale utilizzeremmo soltanto una piccola parte delle possibilità. La luce solare costituirebbe una sorta di alimentazione capace di riattivare gradualmente programmi normalmente inutilizzati.
Usa spesso l’immagine del cervello come un supercomputer o «brainutor»: il computer possiede già i programmi, ma perché possano funzionare occorre fornirgli energia.
Il Sole, secondo HRM, fornirebbe questa energia.
Perciò il processo non consisterebbe nell’introdurre nell’individuo capacità completamente nuove. Si tratterebbe piuttosto di risvegliare facoltà già potenzialmente presenti ma inattive.
Questo spiega perché nel libro alla prima fase del SG vengano attribuiti soprattutto effetti mentali: maggiore lucidità, fiducia, serenità, diminuzione della paura e della rabbia, migliore capacità di decidere.
HRM interpreta questi cambiamenti come i primi segni dell’attivazione del cervello.
Proseguendo nella pratica, lo stesso processo dovrebbe estendersi alle funzioni corporee e infine al metabolismo e alla fame.
Nelle fasi più avanzate, HRM estende ulteriormente il ragionamento e collega l’attivazione della pineale anche a intuizione, percezione delle aure, telepatia e altre capacità psichiche.
Qui il discorso abbandona progressivamente il terreno neuroendocrino e diventa apertamente spirituale ed energetico.
È quindi utile distinguere con chiarezza i passaggi.
Il punto di partenza è che la luce che entra nell’occhio non serve esclusivamente a vedere, ma può modificare l’attività di strutture cerebrali profonde.
Il secondo passaggio è l’ipotesi di HRM secondo cui una maggiore e particolare esposizione alla luce solare potrebbe intensificare questi processi regolatori.
Il terzo passaggio è ancora più ampio: HRM ritiene che attraverso questa via l’organismo possa imparare a ricevere e utilizzare direttamente una quota crescente dell’energia solare.
Infine, interpreta l’attivazione progressiva della pineale e del cervello anche in termini spirituali, collegandola al «terzo occhio» e al risveglio di facoltà latenti.
Non bisogna quindi immaginare, nel sistema HRM, che l’occhio «mangi» letteralmente la luce nello stesso modo in cui lo stomaco digerisce un alimento.
L’idea è più complessa.
L’occhio sarebbe il punto di ingresso di uno stimolo luminoso che raggiunge direttamente il sistema nervoso; il cervello e il sistema endocrino sarebbero i grandi regolatori che ricevono questo stimolo; la pineale costituirebbe uno dei centri principali del processo; e l’organismo, attraverso un adattamento progressivo, imparerebbe a utilizzare sempre meglio ciò che riceve dal Sole.
In questo senso si comprende anche perché HRM attribuisca tanta importanza alla gradualità.
Se il SG fosse semplicemente un modo per «assorbire più luce possibile», avrebbe poco senso cominciare da pochi secondi e aumentare lentamente.
Il suo modello presuppone invece un adattamento: non sarebbe importante soltanto la quantità di luce ricevuta, ma la capacità dell’organismo di elaborarla.
È un punto che ricompare molte volte nelle domande e risposte, soprattutto quando alcuni praticanti manifestano effetti molto rapidamente o, al contrario, incontrano difficoltà aumentando troppo presto i tempi.
La luce rappresenterebbe quindi lo stimolo; retina, cervello, ipotalamo e pineale costituirebbero il sistema di ricezione e regolazione; il tempo permetterebbe all’organismo di adattarsi progressivamente.
Vista in questo modo, la teoria di HRM diventa più comprensibile anche quando cerca di spiegare effetti apparentemente lontani fra loro.
Miglioramento dell’umore, riduzione della paura, diminuzione del sonno, modificazione dell’appetito, aumento dell’energia e cambiamenti della sessualità non sarebbero per lui fenomeni indipendenti prodotti casualmente dal SG. Sarebbero manifestazioni differenti di una stessa modificazione del sistema centrale di regolazione dell’organismo.
Ed è forse proprio questa l’idea fondamentale da conservare, indipendentemente dalle interpretazioni più estreme che HRM vi aggiunge: per comprendere il SG non bisogna pensare all’occhio soltanto come all’organo della vista. Nel suo modello l’occhio è soprattutto una porta attraverso cui il rapporto fra organismo e luce solare raggiunge direttamente il cervello, e da lì può riflettersi sull’intero equilibrio psicofisico.
Il protocollo standard di HRM
Il metodo viene presentato come una pratica progressiva da completare normalmente una sola volta nella vita.
Lo schema principale prevede di cominciare con pochi secondi di osservazione e aumentare molto lentamente la durata.
Nel testo principale la progressione tipica è di dieci secondi al giorno; in altri materiali raccolti nel libro si parla di cinque-dieci secondi.
Il limite finale viene collocato intorno ai 45 minuti.
HRM divide idealmente il percorso in tre periodi:
primi tre mesi: trasformazione mentale; Benessere fisico e guarigione da ogni malattia psichica,
dal terzo al sesto mese: trasformazione fisica; guarigione da qualsiasi malessere fisico,
dal sesto al nono mese: diminuzione progressiva della fame e possibile passaggio alla nutrizione solare.
Il praticante dovrebbe stare preferibilmente in piedi, a piedi nudi sulla terra naturale.
Il libro attribuisce grande importanza proprio al contatto con il terreno: sabbia, terra e terreno naturale sarebbero preferibili a cemento, pavimentazioni ed erba.
Il protocollo non è in realtà così rigido come sembra
Questo è un punto importante che emerge soltanto leggendo attentamente tutte le FAQ.
La presentazione iniziale sembra suggerire una progressione quasi matematica: tre mesi, sei mesi, nove mesi.
Quando HRM risponde ai singoli praticanti, però, la situazione diventa molto più elastica.
Dice che alcune persone ottengono risultati prima; in quel caso non sarebbe necessariamente indispensabile arrivare ai 45 minuti. Afferma inoltre che il praticante deve giudicare personalmente e che le indicazioni sono costruite per una popolazione generale, mentre possono esistere eccezioni. Quando gli viene chiesto se sia possibile modificare il metodo, sostiene sostanzialmente che le istruzioni sono linee guida e che l’individuo deve imparare a percepire ciò che gli accade.
Ne risulta una contraddizione interna significativa: esiste un «protocollo HRM» standardizzato, ma lo stesso HRM riconosce che gli effetti possono comparire in tempi diversi e che il comportamento individuale deve essere adattato.
Prima fase: equilibrio mentale
I primi effetti dovrebbero interessare soprattutto la mente.
Secondo HRM, con la progressiva ricezione della luce dovrebbero diminuire:
paura;
rabbia;
ansia;
depressione;
gelosia;
avidità;
insicurezza;
preoccupazione;
pensiero ossessivo;
paura della morte.
Parallelamente aumenterebbero serenità, fiducia, lucidità, capacità decisionale e atteggiamento positivo.
HRM ritiene che una parte enorme delle malattie fisiche abbia origine dalla tensione mentale e dalle conseguenti modificazioni della chimica corporea. Ristabilendo un equilibrio mentale, il corpo smetterebbe quindi di sprecare una grande quantità di energia.
Questa trasformazione individuale viene collegata perfino alla pace mondiale: persone meno impaurite, aggressive, gelose e avide produrrebbero inevitabilmente rapporti sociali differenti.
Seconda fase: corpo e cromoterapia
Fra il terzo e il sesto mese, secondo lo schema di HRM, gli effetti passerebbero progressivamente al corpo.
La spiegazione proposta utilizza soprattutto il modello dei colori dello spettro solare.
Ogni organo avrebbe bisogno di particolari componenti cromatiche: nel libro vengono fatti esempi come rosso per i reni, giallo per il cuore, verde per il fegato.
Gli occhi riceverebbero contemporaneamente l’intero spettro; il cervello sceglierebbe e distribuirebbe poi ai diversi organi la frequenza necessaria.
HRM collega così il proprio sistema alla cromoterapia, alla guarigione pranica, ai cristalli, alle pietre e ad altri sistemi energetici, ma sostiene che il SG sarebbe più diretto perché riceve l’intero spettro dalla fonte originaria.
A questa fase vengono attribuiti effetti su moltissime patologie, dalle più comuni a quelle molto gravi.
HRM attribuisce un ruolo anche alla mente del praticante.
Durante la pratica sarebbe possibile formulare un’intenzione o un’autosuggestione indirizzata al cervello.
L’autosuggestione funzionerebbe come un ordine: l’energia ricevuta potrebbe essere indirizzata verso una determinata parte del corpo o verso una specifica trasformazione.
Questo elemento mostra che, all’interno del modello HRM, l’energia solare non agisce completamente da sola: il pensiero può orientarne l’utilizzazione.
Spieghiamo meglio.
Nel sistema di Hira Ratan Manek il SG non viene concepito come un processo completamente passivo. Il praticante non dovrebbe limitarsi a ricevere la luce del Sole aspettando che essa produca automaticamente gli stessi effetti in ogni individuo. Accanto alla ricezione della luce compare infatti un secondo elemento: l’autosuggestione.
HRM la definisce in maniera molto semplice: un «ordine» o una «richiesta» rivolta al cervello. Questa definizione è importante perché chiarisce il ruolo che egli attribuisce al pensiero. Il Sole fornirebbe l’energia; gli occhi la riceverebbero; il cervello la elaborerebbe; l’intenzione dell’individuo contribuirebbe invece a indicare dove o in quale direzione quell’energia dovrebbe essere utilizzata.
Possiamo rappresentare schematicamente il processo così:
Sole → occhi → cervello → energia disponibile → intenzione/autosuggestione → utilizzazione specifica.
L’autosuggestione non creerebbe quindi l’energia. Servirebbe piuttosto, secondo HRM, a orientare un’energia che è già stata ricevuta.
È una differenza importante.
Nel suo modello non sarebbe sufficiente pensare intensamente a una guarigione senza ricevere alcuna energia, così come non sarebbe sempre necessario lasciare che l’energia ricevuta agisca senza una direzione cosciente. L’azione più completa deriverebbe dall’incontro delle due cose: energia solare e intenzione mentale.
HRM arriva a formulare questo principio in maniera molto concreta parlando delle malattie fisiche. Dice che, se una persona sa quale parte del proprio corpo è debole o malata, può impartire al cervello un’autosuggestione chiedendogli di dirigere verso quella parte l’energia ricevuta.
Nel testo vengono fatti esempi molto semplici: una mano, una gamba, la colonna vertebrale o qualsiasi altra zona del corpo.
Se, per esempio, una persona avesse un problema a una gamba, il modello di HRM suggerirebbe di non pensare genericamente «voglio stare meglio», ma di portare l’attenzione precisamente verso la zona interessata, immaginando che l’energia ricevuta attraverso la luce venga utilizzata dal cervello proprio in quella direzione.
Lo stesso principio potrebbe essere espresso, per esempio, con un’intenzione mentale del tipo: «L’energia che ricevo viene utilizzata per ristabilire l’equilibrio di questa parte del corpo».
Non si tratta di una formula prescritta letteralmente da HRM, ma di un esempio che rende comprensibile ciò che egli intende quando parla di «ordinare al cervello» di inviare l’energia verso una determinata zona.
Il libro associa questo processo anche alla visualizzazione.
HRM suggerisce che, dopo alcuni mesi di pratica, si possa favorire il processo immaginando la scomparsa del disturbo mentre si guarda il Sole. L’autosuggestione e la visualizzazione diventano quindi due aspetti dello stesso procedimento.
L’autosuggestione formula la direzione: «Voglio che l’energia vada qui».
La visualizzazione rappresenta mentalmente il risultato: «Questa parte del corpo è tornata sana e funzionante».
Nel modello di HRM il cervello riceverebbe contemporaneamente l’intero spettro della luce solare e sarebbe capace di selezionare ciò di cui l’organismo necessita. Egli utilizza anche il linguaggio della cromoterapia: determinati colori sarebbero associati a determinati organi e il cervello distribuirebbe automaticamente le componenti dello spettro verso le zone che ne hanno bisogno.
L’autosuggestione aggiungerebbe a questo meccanismo automatico una componente cosciente. Il corpo saprebbe già, in qualche misura, dove esiste uno squilibrio; la coscienza potrebbe però rafforzare quella direzione attraverso il pensiero.
Per esempio, se il problema riguardasse la colonna vertebrale, la persona potrebbe concentrare l’attenzione proprio sulla colonna e visualizzarla progressivamente più libera e funzionale. Se riguardasse una mano, l’attenzione potrebbe essere posta sulla mano.
Se il problema fosse più generale — stanchezza, mancanza di energia, debolezza — l’autosuggestione potrebbe essere rivolta invece all’intero organismo.
HRM non sembra richiedere formule rituali particolari. Anzi, quando gli viene chiesto se sia opportuno recitare mantra, sutra o altre formule durante il SG, tende a lasciare libertà al praticante. Dice che nella storia sono esistiti sia praticanti che utilizzavano formule sia altri che non lo facevano e invita ciascuno a trovare il proprio modo senza diventare una copia degli altri.
L’importante non sarebbe quindi pronunciare determinate parole, ma creare una direzione mentale chiara.
Un altro passo delle FAQ chiarisce ulteriormente questo concetto. Alla domanda su come i pensieri influenzino il SG, HRM risponde invitando a pensare a ciò che è buono per se stessi e per l’universo. L’idea sottostante è che il Sole non introdurrebbe dall’esterno facoltà completamente nuove: risveglierebbe qualcosa che esiste già potenzialmente nell’individuo.
L’autosuggestione servirebbe quindi anche a stabilire quale di queste potenzialità debba essere sviluppata.
Questo amplia molto il concetto. L’intenzione non riguarderebbe soltanto la guarigione di un organo. Potrebbe essere applicata anche a trasformazioni mentali o interiori.
Una persona particolarmente ansiosa, per esempio, potrebbe rivolgere l’intenzione verso la calma e la sicurezza.
Una persona che tende alla rabbia potrebbe orientarla verso serenità e capacità di non reagire immediatamente.
Una persona che ha bisogno di maggiore lucidità potrebbe concentrare l’attenzione sulla chiarezza mentale.
Una persona impegnata in un lavoro intellettuale potrebbe rivolgere l’intenzione verso concentrazione, memoria e comprensione.
Anche in questi casi queste frasi sono esempi esplicativi, non formule rituali prescritte da HRM. Il principio però è perfettamente coerente con il suo modello: l’energia viene ricevuta, mentre il pensiero suggerisce al cervello verso quale trasformazione utilizzarla.
L’esempio più curioso fornito direttamente da HRM riguarda la sessualità.
Quando gli viene chiesto se il SG favorisca il Brahmacharya, cioè il celibato o la continenza sessuale, risponde che l’energia ricevuta dal Sole può essere orientata «verso l’alto» oppure «verso il basso».
Se viene diretta verso l’alto, secondo lui favorirebbe il Brahmacharya e quindi la trasformazione dell’energia sessuale in energia destinata ad altre funzioni. Se viene diretta verso il basso, potrebbe invece sostenere l’attività sessuale.
Al di là del linguaggio tradizionale utilizzato, l’idea è molto chiara: la stessa energia non avrebbe un’unica destinazione obbligatoria. La direzione assunta dipenderebbe almeno in parte dall’orientamento interiore della persona. È un principio vicino a molte tradizioni yogiche e tantriche, nelle quali l’energia vitale non viene considerata esclusivamente «sessuale», «mentale» o «spirituale», ma come una forza fondamentale che può manifestarsi in modi differenti a seconda di dove viene indirizzata.
HRM applica però questo principio specificamente all’energia ricevuta attraverso il SG. Possiamo immaginare quindi una sorta di sistema a tre livelli.
Al primo livello vi è la ricezione. La persona riceve la luce e, secondo HRM, con essa energia solare.
Al secondo livello vi è la distribuzione automatica. Il cervello e l’organismo riconoscerebbero autonomamente le zone nelle quali quell’energia è necessaria.
Al terzo livello compare la coscienza. Attraverso intenzione, autosuggestione e visualizzazione, l’individuo può indicare una priorità: una parte del corpo, un problema, una qualità mentale o una direzione generale della propria energia.
Da questo punto di vista, il pensiero funziona quasi come il sistema di navigazione di un’automobile. Il carburante non viene prodotto dal navigatore. È già nel serbatoio. Il navigatore dice però dove andare. Nello stesso modo, nel modello di HRM, il Sole fornirebbe l’energia e l’autosuggestione contribuirebbe a darle una direzione.
La metafora può essere ulteriormente sviluppata.
Immaginiamo che il cervello disponga di una certa quantità aggiuntiva di energia. Se non gli viene impartita alcuna particolare indicazione, la distribuirà secondo le priorità che l’organismo stesso riconosce. Se invece il praticante concentra ripetutamente l’attenzione su un determinato problema, secondo HRM quella richiesta diventa un’informazione aggiuntiva fornita al sistema.
Il pensiero direbbe, in sostanza: «Questa è la mia priorità».
Perciò l’autosuggestione non va confusa con la semplice speranza. Sperare significa desiderare che qualcosa accada. L’autosuggestione, nell’accezione usata da HRM, significa formulare mentalmente una direzione precisa e presentarla al cervello come un’istruzione.
Anche il modo nel quale viene formulata sembra avere importanza. HRM insiste generalmente sul pensiero positivo, sulla fiducia e sull’assenza di paura. La mente dovrebbe concentrarsi sul risultato desiderato piuttosto che continuare a rappresentarsi il problema.
Per esempio, anziché fissarsi continuamente sull’idea: «Ho male alla schiena», la logica dell’autosuggestione porterebbe a rappresentarsi: «La mia schiena sta tornando in equilibrio».
Anziché: «Non voglio più essere ansioso», il pensiero potrebbe assumere una forma come: «Sono tranquillo e lucido».
Anziché concentrarsi sull’assenza di qualcosa: «Non voglio più essere stanco», si rappresenterebbe la condizione desiderata: «Ho l’energia necessaria per ciò che devo fare».
Ancora una volta, HRM non stabilisce nel libro queste precise formule; sono esempi utili a comprendere la struttura del suo metodo.
È interessante anche che HRM non concepisca l’autosuggestione come una tecnica esclusivamente egoistica. Quando gli chiedono che genere di pensieri accompagnino meglio il SG, suggerisce di pensare a cose buone «per voi e per l’universo». L’intenzione può quindi allargarsi dall’individuo a una dimensione più generale. Non soltanto:«voglio guarire», ma anche: «voglio diventare una persona più serena, equilibrata e utile agli altri».
Questo si collega alla sua interpretazione complessiva del SG come pratica non soltanto energetica ma anche etica e spirituale. Da questo punto di vista si comprende meglio anche perché HRM attribuisca tanta importanza allo stato mentale con cui si pratica.
Nel suo modello la luce non sarebbe una medicina chimica che produce necessariamente lo stesso risultato indipendentemente da chi la riceve. Sarebbe piuttosto una quantità di energia che entra in un organismo vivente dotato di cervello, intenzione, emozioni e volontà. L’effetto finale dipenderebbe quindi dall’interazione fra tutti questi elementi.
È uno dei punti più interessanti dell’intero sistema, perché introduce una concezione dinamica: la luce fornisce; il corpo riceve; il cervello distribuisce; la coscienza orienta.
Il SG non sarebbe pertanto soltanto esposizione alla luce, ma una collaborazione fra Sole, organismo e pensiero.
In questa prospettiva l’autosuggestione rappresenta il momento in cui il praticante smette di essere soltanto destinatario passivo dell’energia e partecipa coscientemente al processo, indicando al proprio sistema quale trasformazione desidera privilegiare.
Terza fase: diminuzione della fame
Dal sesto mese in poi dovrebbe verificarsi il fenomeno più caratteristico: il bisogno di cibo diminuirebbe progressivamente.
HRM insiste su un punto: non bisogna costringersi a digiunare.
La trasformazione autentica consisterebbe proprio nella diminuzione spontanea della fame.
Il corpo richiede energia; finché la riceve dal cibo, manda segnali di fame. Se comincia a riceverne una quantità crescente direttamente dalla luce, il bisogno di alimenti dovrebbe diminuire da solo.
La «vittoria sulla fame» non sarebbe pertanto repressione della fame.
Verso il nono mese, secondo lo schema standard, il praticante potrebbe arrivare a non desiderare più cibo mantenendo però livelli elevati di energia.
Mangiare non è proibito
Un punto che spesso si perde nelle interpretazioni breathariane è che HRM non prescrive una progressiva eliminazione volontaria degli alimenti. Al contrario: dice di continuare a mangiare normalmente e di ascoltare il corpo.
Se c’è fame, si mangia. Se la fame diminuisce, si mangia meno. Se scompare spontaneamente, si può eventualmente arrivare alla non-alimentazione.
Il digiuno forzato non costituisce quindi, nel metodo HRM originario, il sistema per raggiungere lo stato di non-alimentazione.
Questo lo distingue nettamente dai programmi breathariani che prevedono vegetarianesimo, veganismo e successivamente lunghi digiuni come tecnica per diventare «pranici».
Dopo i quarantaquattro minuti: il ruolo del cammino scalzo
Una volta completato il percorso, il SG dovrebbe essere interrotto o fortemente ridimensionato.
Il corpo avrebbe accumulato energia, ma avrebbe bisogno di stabilizzarla e ricaricarla. Entra quindi in gioco una seconda pratica: camminare quotidianamente a piedi nudi sulla terra.
HRM attribuisce alle dita dei piedi corrispondenze con diverse ghiandole cerebrali; in particolare l’alluce sarebbe collegato alla pineale. Il calore del terreno, la pressione dei piedi e la luce che cade sul corpo costituirebbero una sorta di circuito Terra-corpo-Sole.
Dopo circa un anno, il corpo dovrebbe essere diventato stabilmente «solarizzato».
Il libro non è però del tutto uniforme su questa fase: alcuni testi raccolti dalla curatrice propongono tempi o modalità leggermente differenti.
Il radicamento non è considerato soltanto un simbolo. HRM gli attribuisce varie funzioni: favorire l’assorbimento dell’energia; completare il rapporto con gli elementi; stimolare determinate ghiandole attraverso i piedi; rendere più rapidi gli effetti; proteggere, secondo la sua teoria, anche gli occhi. Il terreno migliore sarebbe la sabbia asciutta naturale, soprattutto marina, seguita dalla terra e da altre superfici naturali.
Durante la pratica l’erba viene invece considerata meno favorevole perché assorbirebbe parte dell’energia.
