Facebook vs Mewe. La battaglia dell’informazione, parte I

La battaglia dell'informazione, parte 1

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Da qualche settimana ricevo continuamente inviti a iscrivermi su MeWe, come alternativa a Facebook.

Che la censura operata da Facebook sia insopportabile è assolutamente evidente; e l’ultimo episodio, quello della cancellazione del profilo di Donald Trump, è emblematico, oltre che preoccupante, perché dimostra che il vero potere ce l’hanno i professionisti dell’informazione e le grandi multinazionali, che possono permettersi persino di andare contro un Presidente degli USA, teoricamente uno degli uomini più potenti del mondo (ma che in realtà non conta nulla, come vedremo fra poco).

Personalmente, trovo la censura su Facebook demenziale anche per il metodo usato, fatto di algoritmi, per cui io personalmente mi sono ritrovato il profilo bloccato per giorni per una barzelletta giudicata “sessista”, e ogni tanto mi ritrovo dei post rimossi per i più svariati motivi, generalmente per “incitamento alla violenza”  (una volta mi hanno cancellato un post dove ci sarebbero state scene di nudo, perché avevo postato l’immagine di una carta dei tarocchi in cui compariva la carta del mondo, rappresentata da una donna a seno scoperto).

Tuttavia non è MeWe, né qualsivoglia altro social, la soluzione, e ciò per un motivo molto semplice, che è legato all’intima essenza dei servizi segreti di qualsiasi paese. I servizi segreti, che in genere nell’immaginario collettivo sono degli 007 che vanno in giro a freddare le spie di altri paesi, si chiamano in realtà “Servizi di informazione e sicurezza”; il loro campo principale è quello dell’informazione, e il loro specifico lavoro è quello di controllare l’informazione (per la sicurezza del paese in teoria).

Prioritariamente, chiunque sia a capo di un quotidiano, direttore di una testata televisiva, o di un social, deve essere sotto controllo diretto dei servizi segreti (sarebbero pessimi servizi di informazione, se l’informazione potesse sfuggire al loro controllo); secondariamente, si provvede a rimuovere dall’incarico chiunque sia scomodo per qualche motivo; parallelamente, se una notizia diventa pericolosa per il sistema, e si diffonde troppo nella cosiddetta controinformazione, si provvede ad infilarci dei cavalli di troia per inquinare tutta la questione (come l’operazione Qanon, un cavallo di troia di apparenti sostenitori di Trump, che poi si è rivoltato contro Trump) diffondendo notizie false, o rendendo virali notizie apparentemente contro il sistema che poi non fanno altro che il gioco contrario, confondendo le menti e generando una gran confusione di notizie che creano nella controinformazione una sorta di tutti contro tutti.

Passare da Facebook a MeWe, quindi, non è la soluzione, perché anche se per ipotesi questo fosse un social libero, potrebbe cessare di di diventarlo domani; e un servizio di informazione che si rispetti non sarebbe tale, se poi non potesse controllare un social o un qualsiasi altro settore dell’informazione. Peraltro, è sufficiente leggere le interviste in rete fatte al fondatore di MeWe, o i suoi post su Twitter, per capire che il metodo non sarà affatto differente da quello di Facebook; in sostanza, dice Mark Weinstein, non censureranno nulla, ma controlleranno che i post non incitino alla violenza. Nulla più o meno di ciò che fa facebook.

Inoltre il passaggio da un social all’altro porterà ad una sovrapposizione di social network per cui chi pubblica un articolo, per renderlo visibile, dovrà poi iscriversi a Facebook, MeWe, Instagram, Twitter, ecc. amplificando quello che succede oggi (la dispersione di notizie).

Le soluzioni sono diverse, invece; inserire post con parole non riconoscibili (ad esempio vaxxino invece di vaccino, o inserire titoli che non richiamino temi caldi in modo diretto, ecc.), oppure pubblicare un post che inviti ad andare sul proprio sito a leggere l’ultimo articolo pubblicato, senza postarlo direttamente su Facebook.

Ma il vero cambiamento sarebbe tornare alla vecchia informazione, cioè ad avere come punto di riferimento non un social network, ma i siti, lasciando i social alla sole conversazioni private. Se io voglio seguire Piero Cammerinesi nei suoi articoli, dovrò andare nel suo sito; se voglio seguire Border Nights, non devo aspettare che Fabio Frabetti pubblichi qualcosa sul suo profilo, ma devo andare direttamente sul sito. Il vero cambiamento sarà l’abbandono dei social network, non l’emigrare in massa da uno di essi.

tra l’altro ci sono siti di aggregatori di news, che ti permettono di aggiungere siti di news o blog che segui e di visualizzare i nuovi articoli direttamente da un’unica pagina. Così non hai nemmeno la scusa che facebook è più comodo, perché le alternative ci sono e andrebbero usate.

In questi ultimi anni, infatti, c’è stato un cambiamento nell’uso di internet, per cui si è passati dal consultare periodicamente i siti che ci interessavano, a consultare quasi solo esclusivamente i social network, con quale risultato si è visto. Dimenticandoci, tra l’altro, che i social network sono un servizio privato, non pubblico, e che il proprietario può fare, dei suoi contenuti, quello che vuole.

Il vero cambiamento sarebbe tornare all’internet dei siti, quello di dieci anni fa.

 

Nel prossimo articolo, la parte II, spiegherò meglio come funziona invece il controllo dell’informazione sui siti.

 

Qui un’intervista a Weinstein:

https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/mewe-anti-vaxxers-conspiracy-theorists-822746/amp/

3 Commenti

  1. Non sono d’accordo. Io non voglio affidarmi solo a giornalisti o blogger per informarmi!
    Il bello dei social è proprio che ci sta il mondo, LE PERSONE, ed a “loro” questo è sfuggito di mano, perchè se prima si usavano i social per rimorchiare o scherzare o condividere ciò che si mangia, oggi si usano anche per INFORMARE, se e la televisione passa malauguratamente in diretta un’infermiera che sviene dopo il vaccino, io posso trovarla sui social e chiederle come sta! A lei! Direttamente! Non devo passare attraverso il giornalista o un intermediario. Per questo i social sono diventati una minaccia per chi dovrebbe controllare l’informazione. Per questo gli algoritmi e le parole chiavi ci danno la caccia! Per questo dobbiamo continuare a migrare da un social all’altro e continuare qd informare. La domanda che bisogna farsi sempre è: A CHI CONVIENE?
    Ed allora io la faccio a lei: “a chi conviene che ci stacchiamo dai social oggi?” Dobbiamo fodarci solo dei professionisti dell’informazione? Dei blogger (che possono essere corrotti?) Oppure vogliamo poter chiedere alla VERA FONTE, la persona interessata, cosa le è successo?
    Riflettiamo.
    Io intanto mi sposto su MeWe, che per ora non ha censure, e se e quando le avrà, mi sposterò altrove fuggendo dagli oscurantisti che ci vogliono scollegati e ignoranti.
    La saluto.
    Rifletta meglio su ciò che scrive e la aspetto su MeWe.
    Luciana Briganti

    • Per chiedere alla “vera” fonte, la persona direttamente interessata non serve mica per forza un social. Anzi, il social è il meno sicuro per stabilire chi è chi

  2. Molto utili ed interessanti le sue considerazioni sui meccanismi di controllo dei social. Io no ne so nulla , ho notato gli inviti alla fuga da fb e mi sono fatta delle domande alle quali ha dato risposta il suo puntuale ragionamento . Grazie Paolo Franceschetti, la seguo sempre e la stimo molto anche se scrivo poco… Faccio molta fatica a superare l’avversione per il “mezzo” che, ora più che mai, è proprio “Il messaggio”

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