Rivoluzioni Colorate: come si esporta la democrazia

Chi c'è davvero dietro alle rivolte apparentemente spontanee in Ucraina e in altri paesi dell'Est Europa?

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2. Il meccanismo: come si attua una rivoluzione

La caratteristica più visibile delle rivoluzioni colorate è che i partecipanti utilizzano metodi non violenti e di disobbedienza civile. Ciò li rende immediatamente “simpatici” agli occhi dell’opinione pubblica: da una parte abbiamo il dittatore di turno, a capo di un governo descritto come anti-democratico; dall’altra abbiamo i manifestanti, principalmente giovani, pieni di ideali e desiderosi di ottenere libertà, democrazia, modernità. Da che parte deciderà di schierarsi l’opinione pubblica? Ovviamente dalla parte dei manifestanti contro il dittatore. Occorre infatti tenere presente ciò che abbiamo scritto nel nostro precedente articolo in merito alla manipolazione dell’informazione: anche nel caso delle rivoluzioni colorate è in atto una vera e propria propaganda mediatica, che fa apparire i manifestanti come “buoni” e i governi a cui essi si oppongono come “cattivi”. Ma è davvero così? La realtà, come spesso accade, è ben diversa da come ce la presentano i media.

Ciò che, ad esempio, i media internazionali raramente si ricordano di dire è che le varie rivoluzioni colorate sono state sostenute da Organizzazioni Non Governative finanziate da Stati occidentali. Questo punto è molto importante, perché fa capire come le rivolte non siano realmente spontanee e libere come sembrano. Dietro all’ideazione e alla messa in atto delle rivoluzioni colorate ci sono dei poteri ben precisi. Poteri principalmente finanziari, come l’uomo d’affari statunitense di origine ungherese George Soros: andando a scavare nella rete dei vari movimenti protagonisti delle rivoluzioni colorate, troviamo sempre la sua presenza tramite la Open Society Foundations, che sostiene e finanzia le rivolte.

Se Soros rappresenta il potere finanziario che foraggia e pilota i movimenti rivoluzionari, c’è però un altro personaggio, meno conosciuto e visibile ma forse proprio per questo ancora più potente e pericoloso: si tratta di Gene Sharp, autore del libro “Dalla dittatura alla democrazia”, in cui vengono descritti tutti i metodi di propaganda e lotta non violenta per raggiungere l’obiettivo di “abbattere un regime, come recita il titolo recentemente tradotto in italiano. Il libro di Sharp è considerato il testo base di tutte le rivoluzioni colorate e viene studiato e messo in pratica dai manifestanti. Dunque, se Soros è il finanziatore delle rivolte, possiamo dire che Sharp ne è l’ideologo. La parte prettamente organizzativa è invece affidata al NED (National Endowment for Democracy – Fondo Nazionale per la Democrazia), con sede a Washington e finanziato dall’USAID, un’agenzia di copertura della CIA. Ora cominciamo ad avere un quadro più preciso sulla “spontaneità” delle rivolte e su chi ci sia veramente dietro. Ma, volendo approfondire ulteriormente, si potrebbero trovare collegamenti con una vera e propria galassia di ONG e agenzie governative principalmente statunitensi, che finanziano e addestrano i movimenti di protesta in tutto il mondo.

Altra caratteristica comune a tutte le rivoluzioni colorate è l’utilizzo di uno specifico marketing politico: la scelta di un colore e di un logo; magliette, adesivi, manifesti e altro merchandising; annunci di presunti brogli elettorali; slogan evocativi, che spesso sono gli stessi tradotti nelle varie lingue. Inoltre sono sempre presenti le stesse organizzazioni, che talvolta assumono nomi diversi a seconda del Paese, ma che hanno alle spalle gli stessi addestratori e manipolatori. Una di queste organizzazioni è Otpor, che fece la sua comparsa sulle scene durante la Rivoluzione dei Bulldozer in Serbia nel 2000, considerata la prima delle moderne rivoluzioni colorate, conclusasi con la sconfitta di Slobodan Milosevic. Il logo di Otpor era un pugno chiuso: lo stesso che poi è stato utilizzato da tutti gli altri movimenti nei vari Paesi. In seguito, uno dei leader di Otpor costituisce il Canvas: un Centro per l’applicazione di strategie e azioni non violente, che offre la propria consulenza e i propri servizi su scala globale a novelli rivoluzionari.

Nel 2003 la rivoluzione si sposta in Georgia, con proteste contro il governo in carica del filo-russo Shevardnaze, che fu costretto a dimettersi; il filo-occidentale Saakashvili, leader della Rivoluzione delle Rose, vinse poi le elezioni con il 96% dei voti. Il risultato del cambio di regime fu l’adozione di un’economia di tipo neo-liberista con massicce privatizzazioni, che di certo non fanno gli interessi del popolo, ma dei grandi gruppi finanziari internazionali: gli stessi gruppi e gli stessi poteri da cui la rivoluzione in Georgia è stata voluta e foraggiata.
L’anno successivo è la volta dell’Ucraina con la Rivoluzione Arancione. Il candidato filo-occidentale alle elezioni Juscenko denunciò brogli elettorali a favore del filo-russo Janukovic; i manifestanti in piazza chiedevano la ripetizione della consultazione. La Corte Suprema invalidò il risultato elettorale e si procedette a nuove elezioni, che questa volta furono vinte da Juscenko.

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